Note del curatore
Scrivere l’introduzione a questa nuova edizione della “Storia della letteratura spezzina e lunigianese”, mi porta inevitabilmente a ripensare alla mole di difficoltà materiali e contrarietà morali che ostacolaremo a tal punto la prima edizione del 2002 da rendermi impossibile presentare il volume ai lettori con una nota personale, in qualità di “curatore”. Questa edizione, sviluppatasi in un contesto diverso mi consente di rimediare a quell’inconveniente.
Posso quindi “ora” sia dare buon rilievo alle ragioni che sono alla base dell’opera e ai contenuti che la caratterizzano, sia porre in giusto risalto l’apporto determinante che con i loro saggi i collaboratori hanno dato nel conferire vita a quello che all’inizio era solo un sogno, una fantasia poi divenuta progetto. In fondo le traversie durate vent’anni ne hanno solo impreziosito il percorso. Non ci sarebbero cose grandi senza grandi sogni e la ferma decisione di realizzarli (nonostante le avversità in agguato).
Il mio ruolo è stato quello di assegnare i diversi argomenti letterari agli autori e di supportarli nelle problematiche che incontravano fino alla redazione definitiva. Sono stato inoltre impegnato prima a far nascere e progredire il progetto, poi a difendere il lavoro fatto e infine a impedire che problemi di ogni tipo ne impedissero la stampa. Curare un’opera tanto ponderosa è anche re1azionarsi col difficile mondo di autori, studiosi, critici, insegnanti, bibliotecari, artisti, ricercatori, case editrici, tipografie ecc.; significa anche cercare competenze esterne da cui essere coadiuvati per riuscire a valutare, ad esempio, con giusto anticipo gli effetti e le reazioni che dall’opera potrebbero scaturire.
Come curatore ho dimostrato di credere in questo progetto di cui mi sento anche garante rispetto ai risultati. Primo fra tutti, grande, quello conseguito dalle ricerche e dalle fatiche dei saggisti in termini di qualità e credibilità.
Personalmente sono consapevole che pubblicare al giorno d’oggi un volume che riguardi problematiche d’ordine letterario sia una sorta di “provocazione”, per un certo modo di pensare (eterogeneo perché va “dall’utile al futile”). Se quindi questa storia della letteratura spezzina e lunigianese va in controtendenza è perché non considera “scontati” quelli che sono i presupposti di dialogo che sono invece da costruire collettore. Non si possono eludere domande, semplici solo in apparenza, come: cos’è la letteratura? Non contentano le risposte autorevoli: “un ramo delle scienze morali”, come sosteneva il Manzoni, “ha un fine etico”, come ritiene Giancarlo Vigorelli. No, bisogna fare un passo indietro, è meglio chiedersi anzitutto: perché si scrive in versi o in prosa?
Cos’è in particolare la poesia? Come definirla? Come capirla? Di cosa è fatta? A che cosa serve?
Il problema sembra crescere ad ogni domanda sino a ingigantirsi e allora ci si rende conto che la natura della poesia, soprattutto, solo apparentemente è “semplice”, in realtà è talmente complessa che nessuno è mai riuscito a circoscriverla nonostante molti e autorevoli siano stati, nei secoli, gli scrittori, i filosofi e i poeti che ne hanno parlato.
Di fatto è impossibile descrivere ciò che solo la sensibilità dell’anima può far conoscere con pazienza e umiltà. Parlare di poesia o di poeti, nel mondo di oggi, ai più fa correre la mente ai cupi ricordi scolastici delle poesie da imparare a memoria. Chi invece è preso da cose concrete, considera la poesia una sorta di incorreggibile e futile provocazione. Chi ne parla può rischiare di essere indicato come un “fenomeno” di marginale importanza per la società, visto che nella realtà dei rapporti di tutti i giorni impera la violenza o vale solo l’immagine. Più spesso la cruda nudità dei fatti.
Ma tacere significherebbe ritenere il progresso tecnologico la nostra sola via percorribile in futuro, fidando, come ipotizza Mc Luhan, sulla propensione dell’uomo a venerare le proprie capacità di estendersi come forma di divinità col rischio però di diventare “creatura della propria macchina”, prefigurando così una possibile fine dell’umanità e un ritorno al generico caos e alla povertà spirituale. Consola tuttavia, in un quadro di disadorna “prosaicità”, la constatazione che moltissimi sono coloro che continuano a scrivere versi (nonostante le scarse vendite di libri di poesia) a dimostrazione che l’anima non è interessata né al conto corrente, né allo stomaco.
A molte domande come quelle poste in esordio e alle considerazioni che ne sono seguite, questo libro ha cercato di dare delle risposte. Ma qualcuno potrebbe anche pensare che la storia che viene qui presa in esame, in fondo, sia sì una storia letteraria, ma di una realtà territoriale limitata. Insomma, “qualcosa” di grossolano e arretrato come può esserlo, appunto, una produzione letteraria di provincia.
Ma tutti sappiamo bene da tempo che non esiste l’Olimpo dei poeti e ogni contrada può dare natali a chi sa scrivere pensieri o versi imperituri.
Viene allora da chiedersi se alla fine il tanto decantato villaggio globale dell’economia non riguardi da vicino anche i processi culturali. Vediamo infatti cosa successe in tempi non sospetti: le isole di Samo e di Lesbo, ma anche Mileto, o Sparta o la stessa Atene costituivano piccolissime entità territoriali, eppure è lì che sono stati gettati i semi della civiltà occidentale. Noi al giorno d’oggi ad esempio parliamo, contiamo, ragioniamo, facciamo patti e adempiamo alle funzioni del vivere civile usando gli stessi termini logici e secondo le stesse regole morfosintattiche di allora. Non c’è stata alcuna “evoluzione” radicale nel linguaggio, ma semmai adattamento alle circostanze.
Quanti poi dei celebrati luoghi della mitica Grecia sono geograficamente come la nostra provincia e la nostra regione? E il territorio ligure, nonostante le sue dimensioni ridotte, non ha forse dato i natali a Nobel e autori di qualità e fama internazionale? Dovremmo quindi cominciare a cambiare, moditìcandolo, il nostro modo di l’apportarci alla realtà in generale e a imparare a leggerla in maniera positiva, convinti come dovremmo essere che la nostra storia letteraria ha la stessa dignità di qualsiasi altra, forse più nota, ma comunque “ognuna” è parte integrante di un “Tutto” universale riconosciuto i cui termini, tuttavia, non sono chiaramente precisati perché in continua evoluzione.
Fondamentale è comunque riconoscere a chi sa scrivere in versi, o in prosa, oltre alla dignità, il contributo personale, prezioso per la sua unicità e diversità irripetibile la cui qualit~ solo nel tempo potrà essere valutata. Se non dai critici ufficiali almeno da quanti in segreto avranno provato un’emozione leggendo un verso o un brano in prosa. Ma è evidente che ciò vale solo in un contesto dove ci sia autenticità di impegno morale e spirituale proteso alla conquista della verità (parziale) di cui ciascuno è portatore. Piccole verità che andranno poi a sommarsi alle altre verità per costituire, appunto, il Vero universale.
Solo su questo compromesso apparente la Poesia e la prosa poetica riescono a nutrire ogni cuore nelle sua particolarità.
Se così stanno le cose, ci paiono allora opportune le parole che il noto scrittore e saggista Raffaele La Capria, ha dedicato alla nostra storia letteraria: “... finalmente ho avuto la possibilità di dare un sguardo al suo bellissimo volume “La Spezia letteraria” che si annuncia sin dal titolo come portatore di merci difficilmente reperibili. lo non sapevo, infatti, quanta ricchezza fosse riposta in questa, in fondo piccola zona della nostra penisola, e quante pagine fossero da essa scaturite. Ha fatto bene lei (e i suoi collaboratori) a raccoglierle. Serviranno – conclude – a dar forza a un’identità che non ha paura di aprirsi al mondo. È, infatti, oggi, solo quel localismo che diventa universale, ad interessare...”.
Questa attestazione di stima per il lavoro svolto, ci pare in perfetta sintonia con la tesi più volte espressa dal letterato e critico internazionale, Carlo Dionisotti, il quale nella sua “Geografia e storia della letteratura italiana”, sostiene appunto che “le manifestazioni letterarie, vanno ricondotte non più tanto a una generica entità nazionale, quanto alle concrete determinazioni che sono le realtà locali”.
Ma veniamo ora, sia pure brevemente, a questa seconda edizione dal titolo “Storia della letteratura spezzina e lunigianese. Dalle origini ai giorni nostri”, per parlare delle sue caratteristiche e conformazione interna. Essa esamina la storia anche culturale di circa dieci secoli ma descrive e riferisce, a causa del concatenarsi degli eventi, anche lo svolgersi di fatti d’ordine pratico, sociale, militare, religioso ed economico nel territorio della Lunigiana storica.
La struttura interna della prima edizione si articolava in tre precise sezioni: la storia, come comunemente viene definito l’insieme degli avvenimenti letterari con opere e autori che vengono considerati in ordine cronologico; gli approfondimenti, e, infine, la parte antologi ca, ossia un florilegio di versi di un gruppo di poeti dei quali il curatore della sezione proponeva una sorta di scheda per ciascuno.
Le novità più evidenti che presenta questa edizione consistono nella sostanziale modifica dell’impianto interno secondo le indicazioni fornite dal professore emerito Spartaco Gamberini, e nuove sezioni (secondo il concetto di letteratura espresso da Gadamer), che pongono attenzione all’attività letteraria di giornalisti, storici, artisti, filosofi, cantautori e specialisti di altre discipline. Innovazioni originali che hanno trasformato e arricchito la struttura dell’opera. Da sottolineare inoltre il ponderoso e significativo studio
del professore Giuseppe Coluccia sulla storia letteraria lunigianese dalle origini alla metà anni del secolo scorso; e il secondo Novecento curato dal professore e senatore Egidio Banti, il quale ha dovuto affrontare difficoltà e insidie che sono proprie dell’interpretazione e dello studio di autori viventi. Anche se è bene precisarll’che i due studiosi non sempre hanno potuto rispettare i “confini” loro assegnati; così, ad esempio, nella parte prima della storia si trovano autori che hanno operato anche nel secondo Novecento, e si è preferito, quindi, fare “annessioni” logiche.
C’è stato, poi, l’inserimento scontato di molti narratori e poeti, e, per quanto riguarda gli approfondimenti, le importanti presenze di nuovi collaboratori con un conseguente ampliamento dei contributi saggistici. È giusto, credo, sottolineare che i curatori delle principali sezioni hanno, in pratica, attuato un processo di ricerca simile a quello a suo tempo intrapreso e concluso da Ubaldo Mazzini nel ricostruire e consegnare ai posteri la ricchezza e la memoria del dialetto spezzino. Hanno cioè cercato - trovato - raccolto - esaminato - selezionato ed infine trascritto, per essere conservato, tutto ciò che è stato ritenuto fondamentale per la realizzazione di un’opera: questa, nata con la “sana presunzione” di aspirare a sfidare il tempo e divenire punto di riferimento storico-culturale per studiosi e appassionati. Ma, oltre all’importanza del processo di studio e recupero delle fonti originarie, per il curatore acquisiva sempre maggior rilevanza il ruolo che venivano ad assumere, nell’insieme dell’opera, i saggi di complemento alla storia di base. Scritti da studiosi, i saggi che compongono una parte corposa ciel libro, devono, senza dubbio alcuno, essere ritenuti storia essi stessi: un tutt’uno con la storia principale, non solo perché la integrano ampliandola e approfondendola, ma anche perché esprimono sicure qualità letterarie e amore per la ricerca.
A quest’opera, quindi, va il merito di aver ovviato ad un grossolana quanto ingiustificata lacuna nella nostra cultura: da troppo tempo sotto gli occhi di tutti senza che nessuno, concretamente, avesse mai avvertito la necessità, o tentato, di colmarla.
In ogni caso, al di là di qualsivoglia altra considerazione, chi avrà tempo e voglia di leggere questo libro, in effetti impegnativo, avrà a disposizione un ventaglio davvero nutrito di “situazioni” culturali che ne solleciteranno l’interesse.
Adesso alcune brevi considerazioni sul percorso appena terminato.
L’idea di realizzare in volume una raccolta delle cose migliori della Spezia e dintorni, ha iniyato a tormentarmi fin dagli anni Ottanta: rivoltomi ad alcuni espertifdi settore locali, prima accondiscesero poi declinarono l’invito a coordinare il progetto adducendo i motivi più diversi. Mi rivolsi con la stessa determinazione a Franco Tralli, allora scrittore ed editore in Bologna, che suo malgrado dovette poi rinunciare all’impegno, subito dopo aver esaminato e condiviso con me l’ossatura dell’opera, a causa di una malattia che apparve gravissima e che poi fu superata.
Ma poiché i temi erano stati da me assegnati da tempo, feci ulteriori tentativi per non vanificare il prezioso lavoro che intanto mi era stato consegnato dai collaboratori.
Trascorso un lungo periodo, il progetto della storia, unitamente al materiale reperito nelle biblioteche della provincia, fu da me consegnato a una Casa editrice spezzina con la quale raggiunsi un accordo di pubblicazione. Tuttavia, talune inaccettabili inadempienze ascrivibili alla stessa Casa editrice, mi costrinsero a interrompere la collaborazione. Dopo aver superato non poche e dolorose vicissitudini, legate a quell’interruzione, il libro andò in stampa ma con altro editore.
Purtroppo con testi parzialmente datati per la lunga attesa dovuta, come detto, a motivi a me non imputabili.
Il resto è storia recente.
Mi piace però ricordare le faticose ma gratificanti visite alle biblioteche, a cui mi dedicai con entusiasmo; gli incontri sempre cordiali e interessanti con i collaboratori Ce i poeti e narratori): dai saggi da me suggeriti e poi concordati, alle ultime bozze scambiate. Un grazie di cuore a tutti. Anche a chi, sia pure con una semplice fotografia, un suggerimento o un libro ha concorso a far sì che questa seconda edizione uscisse con un numero contenuto di lacune. Tra costoro ricordo volentieri: la professoressa Adriana Beverini, Marco Cattaneo, il professor Giuseppe L. Coluccia, il dottor Marco Ferrari, il giornalista Giuliano Fontani, il professore emerito Spartaco Gamberini, la professoressa Paola La Ferla, Solange Passalacqua, la dottoressa Marzia Ratti, la professoressa Luisa Rossi, il professor Alberto Scaramuccia, il professor Franco Tralli, la professoressa Eliana Vecchi, il dottor Alberto Zattera e l’editrice “La Scuola”.
Posso ben affermare, quindi, di avere non solo ideato questa “mia” opera, ma di averla insistentemente voluta, perfezionandola nel corso degli anni: senza alcuna ansia per lo scorrere del tempo poiché il fine che mi ero proposto – e che ho realizzato – era la prima storia della letteratura spezzina lunigianese.
Con dei limiti, certo. Come ogni cosa che sia opera dell’uomo. L’essere stata scelta da qualche insegnante quale testo scolastico è però, credo, il riconoscimento più gratificante per me e per quanti hanno concorso, gratuitamente, alla sua realizzazione.