Nicola "Sono Io"
Nicola "Sono io" a Montebello e nei paesi vicini lo conoscevano pure le
pietre della strada. La sua era una figura familiare come quella delle Tre
Cornette.1 Quale fosse il suo vero cognome nessuno lo sapeva; nemmeno il
prete che lo aveva battezzato. Tutti, lì, lo avevano sempre conosciuto come
Nicola. E dopo che 'Nzelmuccio della Papocchia, Arculino lo Scapricchione e
Pitro di Bblasiandò gli avevano fatto lo scherzo della tonaca avevano
cominciato a chiamarlo Nicola "Sono io".
Era un giovanottone grande e grosso, piazzato come una quercia, e a vederlo
tutto serio pareva come gli altri; magari un po' trasandato, ma normale. E
invece in quel testone dai capelli neri neri e unti, da cui qua e là
schizzavano fuori ciuffi irti come gli aculei di un porcospino, e che
biancheggiavano di pidocchi, ci mancava Sant'Ascanio.2
Quando rideva, ragliando come l'asino di Zà 'Ngiladè,3 gli angoli della
bocca gli arrivavano fino alle grandi orecchie a sventola. Il viso, allora,
pareva quello di un carnevale, con quei radi denti storti e marroni che
spuntavano dalle gengive rosse come le fiamme del fuoco.
Tutti i bambini avevano paura di lui, e quando facevano i capricci le madri
dicevano:
"Ora vado a chiamare Nicola "Sono io", non te ne incaricare!"
Allora essi si acquietavano in un momento o andavano a nascondersi sotto il
letto, promettendo tra le lacrime che avrebbero fatto i buoni.
Ma Nicola non sarebbe stato capace di far male nemmeno a una formica, grosso
e cazzone4 com'era. In paese lo si vedeva solo in qualche giorno di festa
perché era sempre in giro per le campagne. Andava a giornata per le masserie
di Montebello, Farindola, la Celiera e la Cità.5 Mangiava e dormiva dove si
trovava perché una casa non ce l'aveva. Quando capitava nel paese se ne
andava a dormire dentro la stalla vecchia del fattore del Farindolese,6
quattro pietre scalcinate che sembravano dire: "Mantienimi che mo' me ne
casco!". Ma quando 'Nzelmuccio della Papocchia e i suoi compagni gli
combinarono quello che gli combinarono, non fece in tempo a recàrvicisi per
trascorrere in santa pace la notte.
Era il 29 giugno, la festa di San Pietro.7 C'erano la banda, lo sparo, le
bancarelle dei nocellari... e gli arrostellari,8 che si mettevano in piazza
e davanti alle cantine e alla chiesa di San Rocco, dove si svolgeva la fiera
del bestiame.
Nicola alle feste non mancava mai, dovunque si svolgessero, perché era
ghiotto di arrostelle; che in queste occasioni riusciva a divorare in grande
quantità. Come sempre si sarebbe piantato davanti al cuoci-arrosti e non si
sarebbe mosso da lì fino a quando l'arrostellaro non avesse finito la carne
di pecora o, spazientito, non lo avesse pigliato a pedate nel fondoschiena,
perché per via della sua presenza le persone non si avvicinavano. Infatti,
appena qualcuno andava a ordinare un mazzo di arrostelle, lui cominciava a
tormentarlo con le sue richieste:
"Me ne dài una? Me ne dài una pure a me?"
E non la smetteva fino a quando non veniva accontentato e non vedeva che i
pezzettini di carne infilati negli spiedini di legno erano finiti. Più
veniva allontanato e più tornava, testardo come un mulo!
Appena arrivava spendeva quei due soldi che teneva in tasca per comprarsi le
arrostelle e, quando li aveva finiti, cominciava a girare come una
cicciacola 9 intorno al cuoci-arrosti. E non lo avrebbero spostato più
nemmeno le cannonate! Stava sempre pronto a raccogliere gli spiedini privi
di carne che venivano gettati a terra; e li leccava avidamente, li
succhiava, li mordeva, passandoseli e ripassandoseli attraverso la bocca e
ungendosi di grasso tutta la faccia mal rasata, che poi puzzava di pecora
che appestava!
Gli arrostellari lo conoscevano da sempre e per toglierselo di torno lo
mandavano in giro a svolgere le commissioni più strampalate, dopo averlo
pagato in anticipo con un paio di arrostelle fatte con pezzi di grasso
scartato. Una volta Mastro Ciccone, il beccaio del Castello10, lo aveva
mandato fino a Fonte Marianna, su in montagna, a prendergli una saccoccia
d'acqua fresca! E quando, diverse ore dopo, era tornato con i pantaloni
tutti inzuppati, aveva fatto ridere tutta Montebello. E Mastro Ciccone aveva
fatto finta di arrabbiarsi, perché gridava tra le bestemmie che lo aveva
pagato prima del tempo e così lui non gli aveva portato l'acqua. Ora l'unica
cosa che poteva fare, per riprendersi le arrostelle, era quella di aprire la
pancia a quel ladro che non era altro! E così dicendo aveva brandito
minacciosamente un coltellaccio di quelli che servivano per scannare i
capretti. A togliere d'impiccio Nicola era intervenuto, per fortuna, Alberto
di 'Ndulì, che gli aveva rovesciato in fuori le tasche e aveva mostrato a
tutti come fossero bucate, dicendo che se l'acqua se n'era uscita non era
stata colpa sua, ma dei sorci che gliele avevano rosicchiate per strada,
quando si era seduto per riposarsi un po'. La prossima volta avrebbe dovuto
fare più attenzione, perché quelle bestiacce sarebbero state capaci di
rosicargli anche qualche altro affare. E allora povero lui! Nessuna donna
l'avrebbe più voluto sposare. Nicola allora aveva riso alla sua maniera e le
persone che gli si erano radunate attorno avevano dovuto mantenersi la
pancia e asciugarsi gli occhi.
Ma quella festa di San Pietro di molti anni prima Nicola era arrivato, come
sempre, di buon'ora e, dopo aver sciupato tutto quello che teneva per
mangiarselo, si era stato ad affumicare vicino al cuoci-arrosti di
Mostaccione, respirando a pieni polmoni quella fumiera11 densa e appiccicosa
che si sprigionava nell'aria tra l'appetitoso sfrigolìo del grasso che dalla
carne colava sui carboni ardenti e produceva delle fiammate che Mostaccione
spegneva subito, agitando freneticamente il ventaglio rettangolare di
compensato e tuffandolo poi di taglio nella brace per rimescolarla, dopo
aver impugnato nell'altra mano il mazzo di arrostelle messe a cuocere.
Era rimasto lì fino a sera. Poi, quando la festa era ormai bell'e finita,
ecco che si presentano 'Nzelmuccio della Papocchia, Arculino lo
Scapricchione e Pitro di Bblasiandò.
Essi, dopo aver fatto l'occhiolino a Mostaccione, avevano invitato Nicola a
mangiare con loro. Il ghiottone non se lo era fatto ripetere e Pitro, che
offriva la mangiata perché voleva festeggiare il suo onomastico, aveva
ordinato un bel mazzo di quella grazia di Dio. Ma mentre per loro i pezzi di
carne erano belli magri, per Nicola erano stati ricavati dal grasso rancido
ed erano stati salati più del normale. Così, mangia un'arrostella, mangiane
due, mangiane tre, la sete cominciò a farsi sentire. E siccome la cantina
stava lì vicino, furono fatti portare uno dietro l'altro parecchi boccali di
vino. A berli tutti, manco a dirlo, fu Nicola; che per la sbornia non si
reggeva in piedi.
Quando volle provare a incamminarsi verso il Farindolese, dopo neanche un
centinaio di passi fatti sbandando a destra e a manca, cadde come un masso e
si addormentò. Allora 'Nzelmuccio e i suoi compagni lo sollevarono di peso,
lo caricarono sopra un carretto e si diressero fuori Montebello. Però,
invece di voltare per il Farindolese, piegarono verso la chiesetta di Santa
Maria, dove lo trasportarono. Qui lo spogliarono, gli pulirono e sfoltirono
la zazzera, dandole una bella accorciata; gli rasero quei quattro peli
ispidi che gli spuntavano qua e là sulla faccia facendolo assomigliare a una
sòrica12 unta; gli tagliarono le unghie e gli ripulirono le mani; lo
profumarono e gli infilarono una vecchia tonaca da prete e un paio di scarpe
lucidate a nuovo e poi lo misero seduto per terra, con la schiena appoggiata
all'altare. Per completare l'opera lo pettinarono accuratamente, tirandogli
una bella scriminatura e versandogli in testa un flacone di unguento, e gli
posarono accanto uno di quegli specchietti che si usano per radersi. Ciò
fatto, se ne andarono via dandosi appuntamento lì il giorno dopo, prima
dello spuntar del sole, per godersi lo spettacolo del risveglio di Nicola.
La mattina seguente tornarono e, nascosti chi dentro il confessionale, chi
dietro l'altare, aspettarono che quello si svegliasse. E quando cominciarono
a sentirsi le campane della chiesa di San Pietro che suonavano per la prima
Messa, Nicola cominciò a muoversi e a rigirarsi di qua e di là fino a che
non cadde di lato, facendo un tonfo che gli dette una bella sveglia.
Rimessosi a sedere, si stropicciò energicamente gli occhi con le nocche
degli indici, sbadigliò aprendo la bocca come un forno e si stiracchiò ben
bene, stendendo a lungo le braccia in fuori. Poi, appena ebbe gli occhi ben
aperti e poté cominciare a guardarsi intorno, si fermò di botto, tornò a
stropicciarsi gli occhi, si guardò di nuovo intorno e rimase paralizzato
dallo stupore. Non si era ancora ripreso dallo smarrimento che gli cadde lo
sguardo sulla tonaca...
"Oohhh!..." esclamò, alzandosi di scatto e cominciando a toccarsi
freneticamente dappertutto, a lisciarsi e tirarsi ogni lembo di
quell'insolito vestito, come se non credesse che era infilato proprio
addosso a lui! E si toccava il petto, le braccia, le gambe e poi tornava a
lisciarsi dappertutto, voltandosi attorno a sé come il cane che si morde la
coda e chinandosi a toccare le scarpe lucenti, con le quali non osava fare
un passo.
Infine, mentre si tirava su la tonaca per rimirarsi ancora quelle belle
scarpe, scorse lo specchio posato per terra e, afferratolo con tutt'e due le
mani, se lo pose davanti e cominciò a farlo scorrere su e giù per la sua
persona, ridendo con quella bocca sdentata. E quale non fu la sua
meraviglia, quando vide il suo volto riflesso! Appoggiò, allora, lo specchio
sull'altare e, dopo aver fatto qualche passo indietro, cominciò a toccarsi
il mento, le guance, i capelli. E di tanto in tanto chinava il capo sul
petto e, girandolo da una spalla all'altra, sollevando allo stesso tempo ora
l'uno ora l'altro braccio, si annusava come un cane, per sentire se era
proprio lui a profumare a quel modo. E rideva e subito dopo tornava a farsi
serio e a toccarsi tutto, mentre scrutava allo specchio quella persona
nuova. Poi si metteva le mani dietro la schiena e tutto impettito provava a
camminare, sempre con lo sguardo fisso nello specchio.
Al termine di questi gesti e smorfie, dopo essersi ancora rimirato e girato
intorno, chiamò con quanto fiato aveva in gola:
"Nicò!... O Nicò!..."13
Rimase attonito dalla sua stessa voce per qualche istante, poi riprese:
"Nicò!... O Nicò!..."
"Eh!", si affrettò a rispondere questa volta. Allora, tutto soddisfatto e
rassicurato, si disse:
"Ah!... Sono io! Meno male!
"Ma... prima ero Nicola e ora sono il prete?!..."
Si trovava nella confusione più totale... Si avviò verso l'uscita, ma prima
di varcare il portone si fermò di botto, cavò freneticamente dalla tasca
della tonaca lo specchio che si era portato dietro, osservò un'altra volta
l'immagine che gli rimandava, si toccò e si lisciò per la centesima volta e
tornò a chiamare:
"Nicò!..."
"Eh!", si rispose immediatamente.
"Ah! Allora sono io!", si disse anche stavolta, rincuorato. Uscì e si
incamminò verso il paese di buon passo. A un tratto si arrestò bruscamente,
si tirò su la tonaca e lanciò fuori prima un piede e poi l'altro, per
contemplare, estasiato, quelle belle scarpe; si passò tutte e due le mani
dal petto alle cosce, lisciandosi la tonaca, tirò lo specchio fuori dalla
tasca con un'ansietà febbrile, vi si guardò, carezzandosi i capelli ben
ordinati e la faccia liscia e pulita. Poi chiamò:
"Nicò!... O Nicò!..."
"Eh!", si rispose, tutto contento; aggiungendo, soddisfatto;
"Ah! Allora sono io!"
E per tutta la strada non fece altro che continuare a chiamarsi, rispondersi
e rassicurarsi:
"Nicò!..."
"Eh!"
"Ah!... Sono io!"
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