La Spezzinità
A chi avrà la compiacenza di leggere queste pagine cercherò di spiegare in
poche parole chi è lo spezzino. Fatica improba ma suggestiva, resa ancor più
affascinante dalla volontà di provare che lo spezzino “d.o.c.” non e
affatto, come ritengono i foresti:
- Introverso
- Indolente
- Musone
- Taccagno
- Asociale
- Menefreghista
- Parassita del governo e dello stato.
Vi domanderete: chi mai ha detto che gli spezzini sono così? Allora provate
a chiederlo a un genovese o a qualcuno dei tanti non spezzini che vivono in
città. Pochi - state tranquilli - avranno una parola buona a favore di
questa razza in via d’estinzione, geograficamente e culturalmente ibrida, da
sempre sottomessa ai pruriti egemonistici del resto della Riviera o alle
opulente mire della Padania.
Che lo spezzino sia pigro e indolente è vero, mutile negarlo, ma si tratta
di una pigrizia costruttiva e mirata ad evitare cose inutili che si rivelano
spesso fronzoli attorno al nocciolo. Lo spezzino non ammetterebbe mai il
“modus vivendi” del milanese dal cuore in mano che lavora dodici ore al
giorno e fa dell’efficienza e della produttività il suo credo; per contro,
non ama gli espedienti e il vivere alla giornata del napoletano fatalista e
piagnone. Lo definirei un pragmatico o, meglio, un utilitarista: fa soltanto
lo stretto necessario, nulla di più.
Del resto, perché mai arrovellarsi il cervello per avere il superfluo?
Meglio le cose concrete e sicure. Di qui la storia dello spezzino
arsenalotto o parastatale che aspetta il ventisette e non si preoccupa più
di tanto.
E allora? Che male c’è? Cavour e Chiodo non li abbiamo chiamati noi sulle
rive del Golfo, sono arrivati qui con la loro vanità piemontese e ci hanno
fatto qualche regalo che in seguito è rimasto.
Una dote dello spezzino è l’ironia e, soprattutto, l’autoironia. Prende in
giro se stesso e gli altri con la stessa ferocia: a Spezia può venire un
premio Nobel, il papa o il presidente degli Stati Uniti e state sicuri che,
dopo una settimana, verrà puntualmente catalogato come “macéta”. A Spezia
hanno distrutto miti e personaggi che credevano di arrivare qui a cambiare
il mondo e invece se ne sono tornati a casa con le pive nel sacco ma
innamorati della città (non si sa se anche dei suoi abitanti).
Il forestiero che avvicina lo spezzino, a prima vista lo trova diffidente,
musone e selvatico. Un esuberante professionista di Bologna, la prima volta
che mise piede in città, riuscì a scambiare quattro parole con due spezzini:
un vigile urbano e il casellante di Santo Stefano Magra.
Ma, se riuscite a entrare nelle sue grazie, lo spezzino diventerà il
migliore dei vostri amici, l’interlocutore più loquace, il collega più
premuroso, il compagno più generoso. Insomma, vi sembrerà cambiato come dal
giorno alla notte, ma non prendetevela troppo per quelle stilettate che
comunque vi bucheranno con la punta affilata dell’ironia e del sarcasmo,
anche pesanti.
Che poi sia taccagno è una vera e propria calunnia: gli piace mangiar bene e
togliersi qualche soddisfazione, anche se l’edonismo fine a se stesso non
sarà mai il fine della sua vita. Non sarà esuberante come gli emiliani,
istrionico come i napoletani, efficiente come i piemontesi e i lombardi,
presuntuoso come i genovesi, testardo come i sardi, bigotto come i veneti,
instancabile come i friulani, ma resterà sempre l’animale im ito nel segreto
di alcove al crocevia fra tre regioni, ammaliato dall’aria di ottimismo che
si respira oltre la Cisa e preoccupato che arrivi il ventisette.
Con buona pace dell’altra Italia e di chi gli spezzini non può proprio
sopportarli.
Gli spezzini odiano due cose: il pesce congelato e i genovesi. Spesso
confondono i termini e li assimilano in simbiosi. Per la verità, odiano
anche una terza cosa: i carraresi. Si ostinano a chiamarli “carrarini”,
giurando che sia un termine dispregiativo.
Ma torniamo al pesce congelato.
Spezia è - come tutti sanno - una città di mare e gli spezzini se la tirano
da grandi intenditori di specie ittiche, soprattutto quando hanno a che fare
con gente che il mare lo vede soltanto in cartolina o dal 4 al 20 agosto,
quando è in ferie a Santerenzo o a Bocca di Magra. Ti spiegano con perfetta
cognizione la differenza che passa fra un branzino con aglio e prezzemolo e
un’orata che gira per Corso Nazionale in motorino. Dicono che il pesce
fresco si riconosce dall’occhio: se la pupilla è vivace, intelligente, con
riflessi fra il pervinca e il blu di Prussia, il pesce è fresco; se è
vitrea, acquosa, dall’aria ebete e con la cispa sulle ciglia, allora c’è da
dubitare.
Sui muscoli, però, non transigono. I muscoli sono in realtà i MITILI, o
cozze come dir si voglia, ma l’unico termine per chiamarli a Spezia è
questo.
Non chiedete mai a uno spezzino: “Dove posso comprare un po’ di cozze per
fare il sugo?” Vi guarderà con espressione schifata e gelidamente vi
risponderà: “Cozze? Vorrà dire i muscoli!”
Gli unici che si incazzano sono i muscolai, che vogliono essere chiamati -
Zingarelli alla mano esattamente con il loro nome: mitilicoltori. A un
giornale spezzino che si ostinava a chiamarli muscolai, la cooperativa
mitilicoltori del Canaletto inviò una lettera di diffida da uno studio
legale e un’esplicita minaccia di cazzottoni in testa al redattore-capo.
Lo spezzino esprime il meglio di sé quando invita a cena l’amico parmigiano.
Si diverte come il gatto con il topo perché, cinicamente, conosce il punto
debole di chi gli sta di fronte. A Parma hanno la nebbia, le barbabietole,
il lambrusco, i prosciutti che ballano nelle balere e i Ferrarini nei box
sotto casa, ma manca loro una cosa: il mare.
E lo spezzino infierisce senza pietà.
In cuor suo sa che il mare è una delle poche cose che può vantare, ma guai a
riconoscerlo pubblicamente. Bracca come un segugio il malcapitato padano e
lo costringe a un’arroccata difesa: “Stasera ti porto a mangiare il pesce” -
fa lo spezzino con aria navigata da intenditore - e nel tragitto fra
Pegazzano e il ristorante “Specialità marinare” di Lerici lo martella con un
continuo lavoro ai fianchi. Comincia a disorientare l’avversario con
episodi, aneddoti, citazioni, esperienze, curiosità, leggende sulla vita di
nostromi, marinai e sirene, sulla stazza dei velieri e sulla direzione del
maestrale che si sposa deguamente con il bianco secco delle Cinque Terre.
Racconti che farebbero impallidire Conrad, Melville e il nostromo con la
pipa che fa la pubblicità del tonno in TV. Il parmigiano è ammaliato,
commosso, rapito da quel coacervo di mari, corsari e petroliere che battono
bandiera panamense, ascolta lo spezzino e pende dalle sue labbra.
“Adesso, guarda che cosa ti ordino. A Parma avrete i tortellini e il
prosciutto ma qui da noi mangi cose che nemmeno ti sogni: fidati di me che
me ne intendo.”
E dopo 77 antipasti, penne agli scampi, spaghetti allo scoglio, risotto al
nero di seppia, branzino al forno, calamari in umido, gamberoni alla
griglia, bianco fresco e tutto il resto, lo spezzino tenta il colpo del ko:
“Visto che roba? Tutto fresco di giornata!”
Il conto è di lire 200 mila ma il menù garantito di una freschezza tale da
apparire quasi surgelata. Il parmigiano non osa contraddire l’amico spezzino
e lo rassicura sulla bontà delle portate: in fondo, perché rovinare
l’amicizia per un’inezia? Tanto, lui, il pesce fresco può mangiarlo quando
vuole: a Parma arriva tutti i giorni con i camion, direttamente da Spezia.
|