IL LIBRO
... una splendida luna riempiva il cielo della Toscana. Sotto le coperte del suo letto, l'assassino si girava e rigirava, vittima di un sonno inquieto.
Cattivi pensieri gli stavano suggerendo di alzarsi e continuare la sua terrificante missione di morte.
Alla fine si alzò...
LE PRIME PAGINE
Calano le prime ombre della sera.
Si chiudono i negozi e le strade, lentamente si svuotano.
Ora è buio.
Le città diventano palcoscenico per il popolo della notte.
Si alza la luna che, brillando di luce propria, illumina i suoi figli.
Uno di questi, risponde al nome di Moreno Martini, professione detective, genio e sregolatezza della squadra omicidi di Bologna dal passato glorioso e dal presente burrascoso: ha cominciato infatti a preferire la bottiglia ai successi sul lavoro.
Un’occasione di riscatto è comunque alle porte: per le strade della Toscana si aggira un altro figlio della luna, molto pericoloso.
Un maniaco omicida che ha preso di mira il mondo dei transessuali. Martini si metterà sulle sue tracce, prima però, dovrà cercare di risolvere i suoi problemi.
Non sarà facile.
Capitolo 1
Firenze, 10 novembre 2004
Il giovane Giacomazzi, assegnato recentemente alla squadra omicidi del capoluogo toscano, stava raccogliendo la testimonianza di una donna sui sessant’anni, molto bassa e piuttosto in carne.
Si chiamava Rosa Covello, faceva la portiera nello stabile di via Manzoni 25, dal quale aveva chiesto l’intervento della Polizia.
Gli agenti, una volta forzata la porta dell’interno 16 al quarto piano, si erano trovati di fronte il corpo senza vita di Mauro Carpena, un transessuale fiorentino, meglio conosciuto come Alice.
«Che tragedia, era una brava persona, anche se faceva quella vita lì, non dava noia a nessuno, anzi, sempre molto educato e rispettoso» affermò la signora Covello esprimendo un timbro di voce rauco, dal marcato accento partenopeo.
«Che tipo di vita faceva?» incalzò il giovane poliziotto con un tono professionale smorzato da un accenno di sorriso.
«Beh, era un femminiello e riceveva in camera i clienti. Nel palazzo lo sapevano tutti, qualcuno si era pure lamentato, ma senza troppa convinzione: lo lasciavano fare. Che tragedia, così giovane, mi scusi dottò, sono un poco scossa».
Il ragazzo le pose dolcemente una mano sulla spalla, nel tentativo di tranquillizzarla, poi continuò:
«In questi giorni ha notato passare qualcuno che l’ha colpita in maniera particolare?»
«No, dottò, il palazzo tiene dodici piani, ci sono tre ambulatori medici, uno studio dentistico, due avvocati, un commercialista e poi ci si metteva pure Mauro a ricevere gli estranei. Praticamente, come si dice a Napoli, chist è nu puort i mar».
Giacomazzi annuì, continuando a scrivere appunti:
«Cosa l’ha spinta a chiamarci?» domandò senza mezzi termini.
«Perché oggi è mercoledì, il giorno in cui vado, anzi andavo a fare le pulizie nell’appartamento di quel poveretto, lasciando mio marito in guardiola... tanto per arrotondare un poco. Dopo aver suonato e risuonato, visto poi che non lo vedevo da qualche giorno, mi sono insospettita, così ho deciso di avvertirvi» rispose la donna un po’ in apprensione.
«Certo, certo, ha fatto bene» la rincuorò il giovane prima di salutarla, liquidandola con un sorriso.
L’immediata intuizione che si trattasse d’un delitto fu data dall’indiscutibile e preoccupante analogia con l’omicidio di un altro transessuale, avvenuto a Prato due settimane prima. La forte particolarità che li legava, rischiando di diventare un incubo, era la maniera con la quale l’assassino aveva firmato le sue macabre imprese: un paio di collant conficcati nella bocca delle due vittime. Ecco quindi spiegato il motivo per cui il dott. Lenzoni, capo della omicidi fiorentina, oltre a Giacomazzi aveva mandato sul posto anche il commissario Bastioni, incaricato delle indagini preliminari, il quale già si trovava all’interno della camera, teatro del crimine.
Il suo sguardo era fisso sul cadavere ma la testa navigava distratta nell’agitato mare dei suoi pensieri.
Saverio Bastioni, vicino ai sessant’anni e vicinissimo alla pensione, non aveva più molti stimoli. Ormai era giunto al termine di una carriera decisamente mediocre a causa della sua pigrizia e del suo inconscio rifiuto delle responsabilità. Il grosso limite che l’aveva accompagnato in tutti questi anni poteva essere riconducibile alla totale mancanza di mettersi in discussione, evitando il rischio di assumere qualsiasi tipo d’iniziativa. Curioso pensare che il suo sogno nel cassetto, paradossalmente fosse proprio quello di conquistare le prime pagine dei giornali con un arresto eclatante. Ma era come un calciatore che sogna la nazionale senza aver voglia di andarsi ad allenare.
Fece una veloce panoramica della stanza e lo colpì il fatto che tutto sembrava in ordine; segno evidente di una mancata colluttazione. Andò verso il letto per osservare meglio il cadavere: si trovava disteso con la testa sul cuscino, indossava solo un completo di biancheria intima femminile. Gli occhi erano aperti, così come la bocca nella quale l’assassino aveva infilato un paio di collant appallottolate e spinte fin quasi alla gola.
Bastioni non disse una parola. Con un cenno della mano fece entrare il fotografo che cominciò ad immortalare quella macabra scena.
Il profondo silenzio presente nella camera fu quindi interrotto dal prepotente rumore dei flash che si susseguivano impietosi come violente frustate. Dopo qualche minuto si presentò anche il medico legale; senza perdere tempo iniziò una sommaria visita del defunto. «A giudicare dai segni sul collo si direbbe che l’ha strangolato con un foulard, una calza o qualcosa di simile, magari proprio quella infilata in bocca. Comunque, per essere più precisi ed avere tutte le altre informazioni, ovviamente si dovrà attendere l’autopsia, immagino che sarà prevista» concluse il dottore cercando conforto nello sguardo del commissario.
«Sicuramente, sarà prevista sicuramente» si limitò a rispondergli Bastioni senza neppure voltarsi verso di lui. Fu poi distratto dalla vibrazione del suo cellulare, e sul display, manco a dirlo, apparve il nome del capo. Dopo essersi lasciato andare ad una evidente smorfia di disappunto, accostò il telefonino all’orecchio:
«Ho avvertito la questura di Prato e tra poco Mariotti, che si sta occupando del caso precedente, dovrebbe raggiungerti sul posto, quindi aspettalo, intesi?»
«Intesi» ripeté con tono sensibilmente rassegnato.
Intanto, sulla scena del delitto erano entrati in azione gli uomini della scientifica i quali, con automatismi collaudati, cominciarono a setacciare la stanza in cerca di prove d’ogni genere. Per consentirgli di svolgere al meglio il loro lavoro, Bastioni uscì dall’appartamento ed incontrò sul pianerottolo la signora Covello, alla quale anch’egli rivolse alcune domande circa le amicizie e le abitudini della vittima, mentre Giacomazzi continuava come un automa a scrivere appunti su tutto quello che vedeva e sentiva.
Ad un certo punto si aprì la porta dell’ascensore e ne uscì un uomo alto, piuttosto magro, capelli lunghi lisci e brizzolati, sui quarant’anni, molto elegante, con un paio di baffi curati.
«Ciao Mariotti» disse Bastioni anticipandolo nel saluto.
I due si conoscevano da diversi anni perché avevano già collaborato precedentemente al caso di una rapina in un villino della provincia fiorentina dove c’era scappato il morto: un imprenditore edile che, una volta sorpresi due ladri all’interno della propria abitazione, aveva provato a fare l’eroe affrontandoli con un fucile. Lui sbagliò il colpo, gli altri no, e si beccò un paio di pallottole che risultarono fatali. A nulla valse la corsa in ospedale quando giunse l’ambulanza. Per fortuna il vicino di casa si rivelò prezioso in quanto vide fuggire i malviventi e fu in grado di riconoscerli quando la coppia di investigatori gli presentò in fotografia due fratelli slavi, già autori di precedenti rapine nella zona.
All’epoca, quindi, la risoluzione di quel caso non costituì assolutamente un’impresa. Ora, invece, la situazione era ben diversa: dovevano affrontare un killer freddo e calcolatore. Per far scattare le manette ai suoi polsi, questa volta bisognava sudare parecchio.
«Ti trovo ingrassato, si vede che in vecchiaia cominci a preferire la poltrona, vero?» domandò Mariotti tastando scherzosamente la pancia del collega.
«Ormai Lenzoni mi ci lega alla poltrona: è da un paio d’anni che praticamente sono costretto a fare solo vita d’ufficio, comunque va bene così, largo ai giovani di belle speranze. Oggi sono stato rigettato nella mischia chissà per quale grazia divina».
L’altro sorrise scuotendo la testa:
«Aspetta prima di ringraziare la provvidenza: ci troviamo di fronte ad una bruttissima gatta da pelare, te lo assicuro. Mi sto occupando del caso precedente, a Prato. Anche lì, vista la particolare professione, se così si vuol chiamare, della vittima, che spesso aveva incontri occasionali nella camera dove è stato compiuto il fatto, la scientifica ha rilevato una quantità industriale d’impronte. Poi, ovviamente, nessuno nel palazzo ha notato qualcosa di strano, vista la forzata abitudine a sopportare quel fastidioso via vai di “clienti”. Se a questo aggiungiamo che l’assassino ha dimostrato d’essere abile ed attento a non lasciare la minima traccia, puoi immaginarti le difficoltà per individuare una qualsiasi pista dove incanalare le ricerche. In questi giorni ho raccolto delle testimonianze dall’ambiente dei trans che vivono a Prato nel tentativo di aprire qualche spiraglio, ma niente, al posto della collaborazione sperata ho trovato, oltre ad una gran paura, una ferrea omertà ed una totale diffidenza verso le forze dell’ordine tali da ostacolare ogni tipo d’indagine. Hai capito perché sono così scettico e sfiduciato?. Paradossalmente, mantenendo questo comportamento ostile, sono proprio le vittime a proteggere il loro carnefice, non ti pare?».
Dopo quel disarmante resoconto, passarono alcuni istanti in silenzio, interrotto poi dall’invito di Bastioni a rientrare nella stanza per effettuare insieme un ultimo sopralluogo.
Mariotti soffermò a lungo lo sguardo su ogni singolo particolare con un’attenzione quasi maniacale:
«È come se vedessi nuovamente la scena di una decina di giorni fa: i due delitti sembrano proprio eseguiti in fotocopia».
Il collega alzò le spalle facendo un lungo e profondo sospiro:
«Vieni con me, andiamo dal capo a dargli la bella notizia».
Entrarono nell’ufficio di Lenzoni e lo trovarono in piedi che passeggiava nervosamente davanti alla sua scrivania:
«I giornalisti hanno già cominciato a pressarmi e domani tutte le principali testate daranno ampio risalto alla vicenda diffondendo l’allarme maniaco; speriamo di ricevere qualche informazione dall’autopsia e dagli esami della scientifica per guadagnare un po’ di tempo e dare qualcosa in pasto a quegli squali, prima che ci facciano un mazzo così».
I due detective gli fecero un rapporto dettagliato su quanto avevano visto e dedotto associando le scene del duplice
delitto, ma il succo finale di queste considerazioni, ovviamente non contribuì affatto a rasserenare l’anziano ispettore capo.
«Prevedo giorni difficili, molto difficili. Speriamo almeno che quel maledetto ne abbia avuto abbastanza e la finisca qui, ma ho una brutta sensazione. Ormai ho quasi quarant’anni di Polizia alle spalle e non vorrei andare in pensione lasciandomi sulla coscienza il peso di una serie di delitti impuniti, quindi cercate di mettervi al più presto sulle sue tracce».
I giorni seguenti purtroppo rispettarono in pieno le cattive previsioni temute: sia l’autopsia che le analisi di laboratorio della scientifica, non fruttarono nessun indizio utile ad aprire uno spiraglio nel buio totale dove brancolavano gli investigatori.
Dopo quasi tre settimane d’indagini improduttive, arrivò una chiamata alla questura di Firenze che il centralino girò subito alla squadra omicidi. Rispose direttamente Lenzoni e la notizia lo gettò nello sconforto totale: in provincia era stato ritrovato il cadavere di un altro transessuale, strangolato nel suo appartamento e con il solito paio di collant conficcati in bocca.
Il maniaco era tornato a colpire ed ormai non c’erano più dubbi: per le strade toscane si aggirava un pericoloso assassino seriale.