L'AUTORE
Mario Manzo, nato alla Spezia nel 1962, dopo aver conseguito la maturità scientifica, ha frequentato la facoltà di medicina. Attualmente svolge l’attività di informatore scientifico del farmaco ed ha svolto in un recente passato il ruolo di operatore sociale presso il CEIS (Centro Italiano di Solidarietà) della Spezia.
Prima di questo romanzo ha pubblicato un racconto (Lo tus) all’interno dell’antologia I Racconti del Prione edita dall’Azienda & Prnmozione Turistica. Lo stesso racconto è apparso in un inserto della rivista “Storie”.
Un altro racconto, Norm, ha ricevuto il secondo premio assoluto, nella sezione “Racconti” del Premio Letterario “Il Cortile”.
IL PRIMO CAPITOLO
Remo Costa, a quel tempo, non aveva mai conosciuto, della vita, gli aspetti più dolorosi. Fino ad allora la sua era stata una fetta di vita serena: quasi mezzo secolo senza troppe scosse, milioni di respiri e battiti cardiaci mai interrotti, qualche piccolo trauma senza importanza. La vita, insomma. La vita senza il suo contrario, la morte. Della morte Remo aveva avuto fino allora poca conoscenza; poca conoscenza della traccia che nella vita lascia il vuoto del lutto, la ricerca delle ragioni, la presa di coscienza che c’è sempre in agguato la fine di ogni cosa: una fine che non ha riguardo per il mondo degli affetti. Non solo della morte come evento Remo non aveva mai avuto conoscenza ma anche dei suoi effetti collaterali. Privo di questa consapevolezza, si poteva dire fortunato, fors’anche privilegiato. Un uomo come lui, appagato dalla vita e pieno di salute, circondato dall’affetto di una moglie che rappresentava per lui l’essenza della donna e di una bimba di otto anni che completava il cerchio dei suoi pensieri, Remo Costa guardava al futuro con l’ottimismo di chi guarda alle mete da raggiungere.
Sceneggiatore: questo era il suo mestiere. Un lavoro nel quale emergeva la sua bravura e la sua originalità. Remo lo sapeva e glielo confermavano i produttori cinematografici e televisivi che lo cercavano con sempre maggiore assiduità.
A quel tempo stava appunto lavorando ad alcune sceneggiature, chiuso nel suo “nido” aggrappato su quel lembo di Liguri a che di fronte guarda alla lunga striscia di sabbia versiliana.
A scadenze regolari spediva il suo lavoro a Roma, al suo produttore, e intanto, fra una sceneggiatura e l’altra, viveva.
C’era tempo per veder materializzare i suoi sogni e c’era il tempo per dare alla famiglia la certezza del futuro. Il domani di Remo era sicuro come l’alba dopo le tenebre: ancora una bella fetta di vita tutta da assaporare, bella e piacevole, tiepida e invitante.
In compagnia dei suoi pensieri se ne andava a spasso, in certe mattine assolate, lungo il molo del piccolo borgo dove si fermava a parlare con qualche pescatore e sceglieva il pesce migliore da portare a casa per il pranzo.
Quando invece il mare era in tempesta era facile per lui fantasticare sulle avventure di Ulisse, costretto ad affrontare ostacoli d’ogni tipo prima di raggiungere la sua agognata Itaca: un personaggio che ogni giorno prova, fra mille peripezie, la propria invulnerabilità anche di fronte alla natura scatenata e vince e sopravvive anche alla furia degli dei di fronte alla quale tutti i suoi compagni sono costretti a soccombere. Ovvio, quindi, il ritorno ad Itaca. Ovvio anche per Remo, per il quale il destino era sempre stato amico: la tempesta in mezzo all’oceano, per lui, era sempre una tempesta capace di uccidere solo gli altù: una furia che non temeva ma che anzi lo faceva sentire più vivo che mai.
A casa, in un giorno di fine estate, si respirava la solita atmosfera familiare, calda e avvolgente. Erica stava per riprendere riprendere la scuola e con aria assorta e non propriamente entusiasta tentava di finire i compiti per le vacanze prima di rimettere in ordine libri e quaderni. Silvia stava dipingendo le pareti della cucina che, diceva lei, da tempo avevano bisogno di una rinfrescata: per terra pagine di giornale proteggevano il pavimento dalle gocce di tempera bianca.
Remo, intanto, continuava a riempire di appunti alcuni fogli bianchi, scrivendo con una matita gialla tutta mordicchiata ad un’estremità.
“Remo!” gridò Silvia da una stanza all’altra. “Perché non vieni a darmi una mano in cucina?”
Stanco di scribacchiare senza un’idea precisa, Remo la raggiunse immediatamente e la baciò senza preavviso.
“Prendi un pennello, pigrone!” disse lei di rimando. “Non vorrai lasciarmi fare tutto il lavoro da sola?” gli intimò poi, tradendo comunque un’aria soddisfatta per il gesto affettuoso.
“Come sei romantica, oggi... Scommetto che ti senti perfettamente realizzata quando puoi avere un uomo che risponde ai tuoi ordini!”
Erica aveva abbandonato i quaderni e aveva anche lei afferrato uno dei pennelli...
“Guardate, sono capace anch’io di pitturare!” disse trionfante la bambina.
“No, Erica!” intimò Silvia: “Così farai cadere per terra la pittura... Vai a finire i compiti.”
Era una delle ultime calde assolate giornate di settembre; presto sarebbe giunto l’autunno e poi l’inverno e per tutti ci sarebbe stato da fare molto di più. Nell’azzurro del canale si distinguevano le sagome di due meduse trascinate dalla corrente all’interno del golfo ed incapaci di prendere la direzione opposta. Remo rimase a guardarle fino a quando Silvia non lo richiamò ai suoi doveri e gli assegnò un pezzo di parete ed un pennello.
(…)Abbiamo inserito in questa edizione, oltre 20 romanzi scritti da GS sotto pseudonimo, tradotti e pubblicati in Italia, tramite l’editore Augusto Foà; tutti usciti a cavallo del ’29-‘30 e quindi anteriori all’esclusiva ottenuta da Mondadori.