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Pandora - Effetti indesiderati

L'AUTRICE
Gabriella Mignani, giornalista e saggista, si è laureata in Scienze Politiche alla Sapienza di Roma. La sua tesi è stata pubblicata, in estratto, sulla rivista “Nuovi studi politici”. È stata docente di Materie Giuridiche negli Istituti superiori della Capitale, svolgendo contemporaneamente attività di pubblicista per riviste e periodici di Politica e Cultura. Si è poi trasferita alla Spezia, sua città di origine, dove ha lavorato per le redazioni de “La Nazione” e “Il Secolo XIX”. Appassionata di storia locale, ha collaborato con il Centro lunigianese di Studi danteschi, e ha pubblicato un saggio su “Il nesso che unisce Dante a Mazzini” ( in “Il Pensiero mazziniano”, 2006 ). È tra i recensori de “Il Dizionario biografico dei Liguri”. Collabora con gallerie d' arte e cura monografie di artisti in tutta Italia.

IL LIBRO
Nove racconti sulla difficoltà di essere donne (bambine, compagne, mogli...), nove spaccati sulla complessità dell’ universo femminile in una società sempre più difficile, sempre più attenta all’apparenza e non alla sostanza. Sullo sfondo, le metropoli e la provincia (Genova, La Spezia, Reggio Emilia, Roma, a volte solo intuite) fanno da scenario a vicende umane dai risvolti imprevedibili, accomunate da una solitudine esistenziale che trascende il luogo geografico e la situazione personale delle protagoniste, per assumere la dimensione di una categoria dello spirito. “Ritengo che l’autrice possieda energie creative supplementari che la conducono verso sconfinate praterie...” Ferruccio Battolini.

IL PRIMO RACCONTO
Giochi di bimbe
Quand’ero bambina, abitavo in una villetta a due piani su un viale alberato della circonvallazione di R., dove ci eravamo trasferiti per il lavoro di mio padre. Ma io non amavo R., né quella casa, né il clima freddo e nebbioso di quei luoghi. Cominciai le scuole elementari lì, dalle suore di San Vincenzo. Dopo le mattinate sui banchi, trascorrevo i pomeriggi quasi sempre da sola, perché i passatempi delle bambine mie coetanee mi annoiavano presto. Sicché, quando avevo finito i compiti, invece di giocare con le bambole, preferivo rifugiarmi sotto il grande ippocastano che era in giardino e immaginare nascondigli segreti di fate e di gnomi. Mi divertivo anche a raccogliere castagne selvatiche: le toglievo con cura dai loro gusci spinosi e le lucidavo con un panno, una per una. Poi sceglievo le più belle e formavo delle fantastiche figure lì, sotto l’ippocastano. Oppure, le mettevo in un cesto, in una cavità dell’albero, e aspettavo che qualche creatura dei boschi, durante la notte, venisse a mangiarle. Ma nessuno mi credeva, quando dicevo che al mattino le castagne erano di meno. Le maestre mi descrivevano come una bambina taciturna e di salute cagionevole. A volte, si lamentavano coi miei genitori: dicevano che ero intelligente, ma disattenta, e chiusa in un mondo tutto mio. Era vero, e c’erano tanti motivi che mi rendevano così e che né i miei né tantomeno le suore potevano capire. C’era anche il fatto che fisicamente mi stavo trasformando: sino a poco tempo prima, ero stata una bambina molto bella, con lunghi riccioli dorati e una pelle rosea e luminosa. Adesso, sembrava che quel clima mi stesse facendo appassire. Mia madre, quando avevo cominciato ad andare a scuola, mi aveva fatto tagliare i capelli cortissimi e da allora erano diventati più lisci e scuri, la pelle aveva perso quel bel colorito che mi dava l’aria di mare, i miei occhi, prima verdi e lucenti, stavano assumendo sfumature giallastre e, come se non bastasse, ero sempre più magra e ossuta. Inoltre, cosa ben più grave, ero ormai una bambina acida e invidiosa. Credo che ogni essere umano, per quanto elevato sia il suo animo, abbia provato l’abietto sentimento dell’invidia in qualche stadio della propria vita. Io raggiunsi l’apice verso gli otto anni, quando ci fu quella che ora ricordo come una grottesca mascherata: ossia la Prima Comunione. A quel tempo, avevo un’unica amica, che era anche la mia compagna di banco, nonché la prediletta delle suore: viso tondo, frangetta, guance rosee e aria spiritosa, Giorgia era il prototipo della bella bambina da boom economico anni ’60. E io la invidiavo molto. I preparativi per il grande evento ci misero ancora una volta a confronto, perché, oltre che compagne di classe, eravamo anche della stessa parrocchia. Ma le nostre madri, sfortunatamente per me, non avevano le stesse idee. A quell’epoca, i vestiti per la prima comunione delle bambine finivano per somigliare spesso a dei piccoli, ridicoli, vestiti da sposa. Io avevo tentato di oppormi, con tutte le forze, al fatto di farmi bardare con pizzi e volants, ma mia madre era stata irremovibile: il vestito che avrei indossato doveva essere il più bello e importante di tutti quelli delle altre bambine. Nel frattempo, inoltre, i miei capelli si erano allungati e le suore avevano progettato, per il gran giorno, un’acconciatura raccolta sulla sommità della testa, che faceva apparire il mio viso ancora più lungo e scarno. La mattina della Prima Comunione ero dunque – è proprio il caso di dirlo – conciata per le feste : un vestito di pizzo bianco con almeno cinque balze, un’acconciatura più alta del solito con una ridicola coroncina di fiori, un paio di guantini bianchi trasparenti e una borsetta rotonda, gonfia e vuota. Così, con le mani giunte e lo sguardo estatico, fui immortalata accanto a Giorgia, ma quale differenza tra noi due! Lei aveva un semplice vestito a saio senza pizzi né orpelli e la sua solita frangetta sul viso paffuto le dava un aspetto fresco e disinvolto, che io a quei tempi, e in quelle condizioni, ero ben lontana dal possedere. Da allora non fui più la stessa. La primavera che incalzava era contro di me. Le piante del giardino, l’ippocastano, tutto un mondo prima protettivo e rassicurante, ormai mi era ostile. E quella ridicola fotografia lì, sulla cassettiera, in camera dei miei: la odiavo, mi odiavo e detestavo la Giorgia. I miei genitori, che intuivano lo stato d’animo in cui mi trovavo, senza sapersene dare una spiegazione, decisero di regalarmi una bicicletta, pensando che un nuovo interesse avrebbe aiutato la loro bambina a superare quel momento critico. Naturalmente, non ebbi il permesso di usare la bici fuori dal nostro giardino, oltre il vialetto che conduceva alla strada. Quello era il limite invalicabile tra me e il Mondo. E io, quasi per sfida, spesso correvo all’impazzata verso il cancello chiuso, frenando all’ultimo istante, e provando così il gusto masochista della paura. A volte, mentre correvo a folle velocità, vedevo sovrapporsi all’immagine del cancello grigio quella foto della prima comunione, con Giorgia sorridente vicino a me muta, cupa e triste. Era già finita la scuola, quando Giorgia venne, in un afoso pomeriggio, a giocare con la sua bicicletta nel mio giardino. L’aveva accompagnata il padre, un uomo piccolo, tondo e paffuto, al quale lei somigliava in modo deciso, che ci raccomandò di stare attente e di non allontanarci dal giardino, di non andare oltre il cancello. Quando suo padre fu uscito, dissi a Giorgia che sapevo un nuovo gioco con la bici, e glielo spiegai, mentre l’ippocastano sembrava ascoltare, i rami enormi chini fin quasi a terra. Le guance di Giorgia erano lisce e lucide come castagne selvatiche: seguiva attentamente le mie spiegazioni, nel silenzio del pomeriggio afoso, nella calma della pianura che sembra attutire qualsiasi emozione. Poco dopo, senza pensarci due volte, correva anche lei, con la sua bicicletta grigia, lungo il viale alberato, dritta verso il cancello. E io pensavo che, chissà, forse la serratura non era stata chiusa bene... forse i freni non avrebbero funzionato... Mentre il sole dorato del pomeriggio si rifletteva sul mio viso, dandogli finalmente un colorito che da tempo non conosceva.

Gabriella Mignani
"Effetti indesiderati"
133 pagine - € 9,90 - 2010