DENTRO LA TERRA - ESTRATTO
 

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Dentro la terra
L’ansia preme tra le zolle.
Non ha più fiato il cielo
e già boccheggia 
mentre la sera lenta s’acceca
sopra tizzoni di luce. 
Ascolta la terra che chiama. 
Ascolta la pioggia 
che dentro la terra 
ha scavato il suo nido.
Ecco, prendi, assaggia questa terra:
ha sapore di pane che ignori:
terra fatta di terra,
a mezza via tra i monti e la marina; 
terra che respira il cielo
e partorisce l’uomo.
Questa è la terra che partorì la gioia,
questa è la terra che non ha eredi, 
questa è la terra che non ha padre,
questa è la terra che non ha figli.
Ora la bocca tace e s’apre il cuore.
Anche il tuo sento e mi rallegra:
dentro la terra lo sguardo annega 
e il suo grido resta senza eco.

Paese
Lunghe domeniche
appese a balconi fioriti
ondeggiano lente
alla brezza che viene dal mare.
Ondeggiano come bandiere
e non sai quando è festa 
e non sai quando è morte.

La festa
Mi basta un volo di rondini 
per affondare gli artigli 
nel vuoto dell’assenza.
La banda, al risveglio, 
riempiva il mio giorno 
di mille e una gioia 
e sui marciapiedi a quadretti 
disegnavo i contorni della festa; 
la processione modellava le vie 
in lunghi rettangoli di preghiera; 
la conca di rame (la sola) 
danzava sicura sulla testa 
della campagnola sconosciuta. 
Era la festa: il sogno 
che all’alba nasceva 
e moriva al tramonto. 
A mezzanotte la banda suonava
l’ultima nota
e in fondo al buio spariva 
il mio sorriso vestito di futuro.

Risveglio
Sul petto trapassato dal giglio 
la primavera sta e si fa bella. 
Porta in testa cespugli di rose
che i bimbi calpestano
ad ogni gioco che comincia.
Disteso sui giorni, io dormo la vita.

Un altro giorno
L’alba scricchiolava
sotto il peso dei cavalli 
che fumavano stanchezze. 
Dai carri di gesso 
gocciolava il sonno bianco
di antiche generazioni.
Nasceva così un altro giorno
e un’altra notte
in silenzio se n’andava.

Il matto del paese
Il matto del paese 
è rimasto a covare
i suoi giorni 
vicino al pozzo 
che non ha più sete.
Gli basta 
un pugno di sorrisi 
per non capire
il mio spavento 
e dietro la porta
lascia un odore di vita. 
Nella conchiglia di pietra
s’adagia la risacca del vicolo
ma lui già dorme, 
sospeso ad un filo di luce 
che attraversa la sera 
e disegna sul muro
la certezza dell’alba 
e il dubbio di una vita.

Domenica
L’alba che trapassa i muri 
libera spifferi 
d’innocenza antica
sopra le case 
che dormono la vita. 
Incontro al sole 
vanno le preghiere 
che ignare vecchie 
declamano in latino.
Mi sono svegliato 
masticando luce 
e come foglia in volo 
mi sono posato 
sul ciglio di uno sguardo 
appena nato. 
Questo giorno
m’assomiglia tanto:
il suo mestiere è quello di morire, 
lento come può morire un lungo giorno.

Domenica
Gli uomini raccolti 
nel fazzoletto d’ombra
respirano
il fresco del vicolo.
Un pugno di lupini
basta a sfamare
l’attesa del nulla.
Le donne, intanto, 
si guardano allo specchio.

Il gioco dei bambini
Giocavano alla guerra
i bambini affamati d’orizzonte. 
All’improvviso, 
nell’intreccio furioso delle grida, 
decisero la tregua. 
Le case ammutolirono. 
Era il giorno dell’ingenua fede
che saliva alle finestre aperte 
con il profumo della sera. 
Anch’io scesi una volta a giocare 
ma quel giorno non sentii profumo.
Lo cercai la sera alle finestre:
il profumo era un altro
e i bambini non c’erano più.

Nudi andavamo al fiume
Nudi andavamo al fiume. 
Col fango nelle mani 
crescevamo barriere
alle nostre solitudini; 
schizzi di sorrisi 
nascevano dal tuffo
che schiariva le paure.
I giochi disfatti 
si ricomponevano al grido 
che portava certezza.
Allora, finalmente,
il fiume diventava mare.
Eri, fanciullo, immagine lontana 
che avverte nel tremore della mano 
l’ansia di una voce che non torna.
Ora sulla mia sera scende 
l’ombra di una luce che non fu:
mi basta una parola 
per credere al profilo di un miraggio.

Cafoni
Cafoni.
Li chiamano cafoni. 
Fu l’occasione
o fu il destino?
L’odore
si raccoglie 
nei fazzoletti grandi
che asciugano lunghi sudori
di stagioni senza tempo. 
Cafoni.
Li chiamano cafoni. 
Non piangono miseria 
ma portano il dolore con fierezza 
e nella gioia affogano la pena 
di un vivere che stanca. 
Cafoni.
I signori sono gli altri, 
quelli che vedono l’alba 
sui libri di scuola
e vanno lontano 
a cercare il passato.
La storia dei cafoni 
è colma di presente. 
Nei campi, intanto, dorme 
il seme della vita:
al suo risveglio il gallo canta 
e tutti vanno senza far rumore.


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