La vita di questa città è
cambiata radicalmente nella metà del 1800. Politici e militari misero occhio
su tutte le strutture marine e sull'importanza del Golfo. Agli inizi di quel
secolo gli abitanti della Spezia erano solo poco più di tremila, quanti ne
contiene oggi lo stadio Picco per una partita neanche di cartello. Camillo
Benso Conte di Cavour dovette insistere, in una strenua seduta del
Parlamento, per far passare l'idea della costruzione dell'Arsenale. Era il
1861 e solo un anno dopo il governo stanziò trentasei milioni di lire per
realizzare il progetto presentato dal maggiore Domenico Chiodo. Si era
arrivati all'acquisto ed al prosciugamento di terreni, a colmate di zone
paludose, tagli di colline, con i lavori di muratura che toccarono anche la
zona di viale Fieschi.
Era piazza d'Armi il vero stadio da calcio di quei primi anni. Sul finire di
quel secolo ed a seguire fino alla prima guerra mondiale, gli inglesi
tramandarono il football attraverso il mare, con i grandi porti, ed anche in
parte quello spezzino, che accoglievano sia visitatori che lavoratori e
tecnici provenienti dalla perfida Albione. Inglesi e svizzeri, nelle vesti
di architetti ed ingegneri, ma anche come componenti e responsabili di
società di navigazione, arrivarono alla Spezia.
Nel dopoguerra la Marina militare ed il suo demanio concessero ai giocatori
un rettangolo di gioco adiacente a viale Fieschi perimetrato con vecchie
tavole e filo, con una tribunetta in legno.
Pochi anni dopo ci fu un ampliamento e l'inaugurazione vera e propria. In
seguito l'esodo da Istra e Pola, portò in città proprio nei quartieri
adiacenti alla zona del campo, molti profughi che poi si integrarono
magnificamente nel tessuto sociale, tramandando anche caratteri danubiani e
slavi del calcio, nato a quella parti più o meno negli stessi anni ma con
maggiore intensità.
Da allora il Picco ha scritto la storia del calcio della nostra città, per
ogni benedetta domenica. Attecchendo in maniera tale che la domenica
calcistica riesce sempre ad esorcizzare la vita obbediente del resto della
settimana. Lunedì, martedì e mercoledì persi dai tifosi a glossare le azioni
della partita passata; giovedì, venerdì e sabato a predire gli avvenimenti
della prossima. Si, perchè in fondo, i tifosi al Picco la domenica riposano.
La costruzione dell'Arsenale e l'espansione militare hanno poi creato posti
di lavoro, lo Stato ed il parastato ha aiutato.
Alla fine degli anni 50 la forte immigrazione, gli anni del boom economico e
demografico. La passione della gente con forti connotati del sud, commista
alla spezzinità ed alla tradizione. Non riesce difficile oggi pensare al
calcio come un fenomeno di forte aggregazione sociale, un fenomeno caldo ed
appassionato, come avviene nel meridione, come in città che coprono molti
porti del Mediterraneo.
Io sono nato in Piemonte, ma qui vivo da quando avevo un anno. Sono entrato
per la prima volta al Picco che avevo undici anni circa. Era il 3 marzo del
1973, Spezia-Modena. Non importa che fosse finita senza reti, era stato un
incanto. Mi avevano accompagnato due signori, Antonio Panuccio e Giancarlo
Pensierini, che lo Spezia lo seguivano già da una vita. I minori di 14 anni
entravano gratis se accompagnati, ed io usai questo sistema fino a sedici
circa, mettendomi all'esterno della gradinata e chiedendo a quelli che
entravano se mi potevano portare dentro.
Trent'anni da allora, e sono passato da spettatore a cronista, tra piacere e
dovere, aggrappandomi agli alti scaffali della Biblioteca cittadina per
leggere tutto ciò che colleghi come Fulvio Andreoni hanno riportato alla
luce con i decenni, tutto ciò che raccontasse di questa strana e sfortunata
bandiera.
Lo stadio Picco è uno di quei luoghi che sembrano diventare di culto, con un
recinto tutto suo, con la voglia di una città di stringersi attorno ad un
pallone. La forza della memoria mi ha spinto a questo libro. é un omaggio ad
una tribù ed al suo luogo di rito, una collezione di pensieri, di fatti,
aggregati senza una dinamica di data, perchè il calcio non ha età. Racconto
di protagonisti, di vicende che poi hanno avuto un solo teatro. Un modo per
scoprire e riflettere, per capire a posteriori, per vedere come gli altri
vedono le quattro mura dello stadio spezzino.
Per raccontare in fondo la storia dell'arte dell'imprevisto. Dicono che il
calcio assomigli a Dio per la devozione che gli portano e nella sfiducia che
ne hanno molti intellettuali. La plebe pensa con i piedi? Forse sì, e se
guardo al Picco me ne convinco ancora di più.
Armando Napoletano
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