I Goethe
Johann Wolfgang Goethe è già personaggio famoso nel mondo culturale europeo
quando decide di compiere un tour in Italia. Si tratta per lui del viaggio
ideale che ha animato ogni suo sogno. Il bel progetto da sempre vagheggiato
e fantasticato finalmente si realizza dopo che lo ha già disegnato
innumerevoli volte nella mente fin dall'adolescenza, seguendo la volontà di
ripetere l'esperienza del padre Johan Caspar che era sceso nella Penisola
nel 1740.
A soli ventisei anni Johann era già stato chiamato a Weimar dall'appena
diciottenne Granduca Karl August Saxe-Weimar che diventerà famoso anche per
essere stato il primo governante di uno stato tedesco ad aver concesso la
costituzione ai suoi sudditi, gli abitanti del piccolo granducato di
Sassonia-Weimar-Eisenach in Turingia. Egli nel 1775 invita alla sua corte
come Consigliere di Stato Goethe. Questi, pur giovane, è persona già ben
nota. I primi lavori (Götz, il primo Faust, Maometto, Prometeo, le poesie,
il Werther) lo hanno reso celebre. Goethe è l'alfiere riconosciuto degli
Stürmer, i romantici tedeschi. Della città farà uno dei centri culturalmente
più vivaci del tempo. La Sassonia, se è stato piccolo, si presenta altresì
esuberante da un punto di vista intellettuale. Non poco ha contribuito al
suo sviluppo la molteplice attività del Poeta che con i suoi scritti ha
suscitato entusiasmo in ogni Tedesco. Tanta è la sua fama, tanto è celebrato
e riverito da tutti che, anche per questo, decide di effettuare il viaggio
in incognito.
Allora era indubbiamente più semplice di oggi, ché, nel nostro mondo globale
che non conosce confini, uno degli svantaggi della popolarità è che la
celebrità viene preceduta sempre dalle fattezze del volto che, anticipando
notizie di qualunque altro genere, in qualche modo le condizionano. Un
lineamento gentile si farà perdonare, in qualche misura, anche atteggiamenti
non proprio da educande, mentre un aspetto sgraziato potrà inficiare la
valenza di una grande scoperta. Discutiamo tanto di essere o avere, quando
pare che, tutto sommato, oggi vengano a coincidere l'essere e l'apparire,
argomento di cui spesso sentiamo parlare nei talk shows e sulla carta
stampata. La percezione rappresenta ormai l'ontologia di più di una cosa,
dal clima all'economia.
Così noi conosciamo tutto dei personaggi che vengono proposti alla nostra
attenzione, giusto a fare inizio dalle sembianze del viso. Ma ai tempi di
Goethe (il grande scrittore nasce nel 1749 e muore 83 anni più tardi) tutto
questo non succedeva; la televisione non c'era e sui giornali non
comparivano i volti dei personaggi illustri che, se volevano tramandare un
ricordo iconico di sé, dovevano ricorrere al mestiere di un bravo pittore
che li ritraesse.
Per questo il Poeta può viaggiare sotto falso nome, anche se gli capiterà un
piccolo, ma increscioso incidente. Infatti, parte da Karlsbad (oggi Karlovy
Vari, città boema della Repubblica Ceca) per la famosa fuga. Punta sul
Brennero ed entra nei territori della Repubblica Veneta a Malcesine, nel
lato orientale del lago di Garda, dove le guardie della Serenissima lo
traggono in arresto scambiandolo per una spia.
Risolto l'equivoco, da Verona arriva a Venezia da dove inizia il tour
italiano che lo impegnerà per un paio d'anni, dal 1776 al '78, portandolo
fino in Sicilia. Attraversa la penisola per la sua parte interna fino ad una
sosta a Napoli che fa seguito ad un soggiorno più che prolungato nella tanto
desiderata Città Eterna.
Vedere Roma è il coronamento dei suoi sogni, la smania di arrivarvi la si
capisce anche dall'itinerario che percorre. Sorvola, per esempio, su una
grande città d'arte come Firenze ed il territorio ricco di storia,
tradizioni, cultura, che la accoglie.
Visita un presente tanto povero e decaduto, quanto pregno di un'antica
prosperità che rifulge anche nella miseria dello stato delle cose. Sono
esperienze che accrescono il bagaglio intellettuale in quanto offrono la
possibilità di incrociare emozioni che consentono di comprendere in maniera
completa quanto si incontra. Gli anni, nel loro scorrere inesorabile - né
mai si risparmiano in questa attività - spargono a copiose mani sulle
antiche vestigia la polvere della dimenticanza. Ma è grazie al fascino della
loro cultura che le rovine cadenti riescono a sostenere vittoriosamente la
sfida con il tempo, tramutando anzi quel pulviscolo in cipria.
Da questo complesso fermento in cui l'emozione si confonde con lo stupore
meravigliato e la suggestione non ci mette molto a divenire eccitata
agitazione, ha origine il Viaggio in Italia, qualcosa a mezzo fra libro e
diario in cui Goethe riflette e ripensa a quanto ha visto.
Se lo pubblicherà, tuttavia, solo nel 1828, quindi parecchi anni dopo, il
suo ItalienReise non impiega più di tanto per diventare l'archetipo di un
nuovo genere letterario, il diario di viaggio. In esso l'autore coniuga alla
descrizione del panorama e delle opere viste, la narrazione del proprio io
in modo che si intenda la tempesta dei sentimenti che, alla vista di cose
tanto belle, si abbatte su chi è, ad un tempo, testimone di quello che
guarda, ma pur anche artefice di quanto è spettatore per la possibilità che
ha di rivisitarlo poi storicamente nella sua mente.
Non per niente Goethe, da buon romantico, è fortemente permeato della
cultura allora egemone che privilegiava con forza i sentimenti,
considerandoli possessi naturali, originali e primigeni dell'uomo, e li
poneva al di sopra di ogni altra attitudine, capacità, caratteristica ed
attributo di cui ogni creatura umana sia dotata.
Due anni dopo la pubblicazione del libro, a compiere il viaggio in Italia è
il figlio di Goethe, August.
Era nato il giorno di Natale di quarantuno anni prima. La madre, Christiane
Vulpius, ragazza allora ventitreenne, all'inizio del 1789 aveva abbordato il
grande Poeta impetrando un suo intervento a favore del fratello licenziato
dall'impiego pubblico.1 Il 5 maggio di quell'anno erano stati convocati in
Francia gli Stati Generali, ma Goethe, ignorando che si sarebbe infatuato
per Napoleone, venne colpito dalla giovane.
Non era particolarmente bella, ma la sua spontanea vivacità lo affascina e
ne fa la sua amante. Certo, non è il sentimento che aveva provato per
Charlotte von Stein che fu affinità elettiva innanzitutto per un comune
sentire intellettuale, ma è affetto comunque forte. Da Christiane avrà
cinque figli, anche se di recente c'è chi ha scritto che i due dormissero in
camere da letto separate.1 Il primogenito è August che è anche l'unico dei
fratelli che riesca a sopravvivere superando i tanti ostacoli che allora
complicavano l'esistenza nell'età infantile. Goethe legittima August nel
1801, ma solo nel 1806 si deciderà a sposare la sua grassa metà. Il
nomignolo con cui la definisce non è certo gentile, ma vi si può intuire
anche il pudore di voler celare l'affetto per la compagna che gli fu sempre
vicina dal primo incontro fino alla morte avvenuta dieci anni dopo le nozze,
nel 1816.
August, dunque, compie il suo tour nel 1830, un paio d'anni quindi dopo la
pubblicazione dell'ItalianReise. Ad accompagnarlo, sorta di anomalo
chaperon, viene destinato il segretario del padre, Johann Peter Eckermann,
che è, per i suoi Colloqui col Goethe un'importante fonte per una conoscenza
ottimale e completa del grande scrittore.
Eckermann era nato da una poverissima famiglia a Winsen nel 1792; sarebbe
morto all'età di 62 anni a Weimar, dove era stato chiamato da Goethe come
segretario, carica che rivestì fino alla scomparsa dell'ormai anziano
principale. Tutti lo considerano una sorta di piccolo Goethe, quasi un suo
alter ego a cui il più grande poeta svela, rivelandoglielo, il suo intimo
io. Considerando il distacco, quasi freddezza, con cui Seine Exzellenz
trattava, ad esempio, Herder, Hölderlin o von Kleist, di cui forse temeva la
Schwärmereien, la piaggeria adulatrice e cortigiana, viene da pensare che
forse Goethe sopravvalutasse Eckermann. Oppure è forse vero il contrario. In
quei poeti che gli giravano intorno a Weimar smaniosi di farsi notare e di
ottenere i suoi favori, capiva un estro che temeva potesse venire ad
oscurare la sua stella. Scorgeva in loro una genialità che al fedele
Eckermann non apparteneva. Da lui non poteva arrivare alcuna sorpresa, a lui
poteva rivelarsi senza tema che potesse sfruttare l'intimità per
contrastargli o carpirgli il posto nella storia, sicuro, al contrario, che
la sua lealtà avrebbe riverberato ancor più i suoi fasti.
Eckermann registra puntualmente quanto gira intorno a Goethe da quando entra
al suo servizio nel 1823 fino alla morte avvenuta quasi nove anni più tardi,
il 22 marzo del 1832.
Sappiamo così che nella prima visita in casa Goethe,1 incontra la moglie di
August, Ottilie (classico nome da Affinità elettiva). I due si erano sposati
l'anno successivo alla scomparsa della madre Cristiane, nel 1817 dunque. Con
Ottilie ci sono la signorina Ulrica2 e i due figlioletti Walter e Wolfgang,3
amatissimi dal nonno che perdona volentieri la loro vivacità. Così Wolfgang4
può interrompere il colloquio che il nonno ha con il Cancelliere Müller per
mostrare un suo disegno e Walter5 fare irruzione fra i discorsi che Johann
tiene con l'amico Zelter suscitandogli una finta arrabbiatura:
"Diavoletto irrequieto, tu ci guasti ogni conversazione", ma accarezzò il
fanciullo e non si stancò di fare tutto ciò che egli volle.
Eckermann, dimostra simpatia per Ottilie, che non chiama mai per nome, ma
sempre con un deferente Frau Goethe. Invece, cita August solo poche volte,
indicandolo solo come il signor Goethe o il giovane Goethe. Quando ne parla
con il padre, è il Suo signor figlio, Ihrer Herr Sohn. Di lui, che aveva
studiato diritto (Jurastudium) a Heidelberg e a Jena, sappiamo1 che vestiva
l'uniforme e portava la spada in quanto lavorava a corte2: dapprima
Kammerrat, era poi stato promosso al rango superiore di Kammerherr3. Lo dice
subito, riferendo del primo incontro con August, ma Eckermann, a parte
questa notazione, dedica tuttavia la maggior parte della sua attenzione alla
moglie con cui condivide l'amore per il teatro. Di Ottilie vengono ricordati
anche gli interessi culturali. Per due volte si ricorda che ella era la
direttrice di Caos (o Chaos): un settimanale che usciva alla domenica in
tedesco, inglese e francese4 e che riscuote l'approvazione del grande Goethe.
Di August, Eckermann è magari più incline a riportare la propensione al
divertimento, raccontando quanto si rallegri a ricordare le baldorie
compiute da studente5 o come è pronto ad andare dopo cena a corte per una
festa6:
Dopo tavola il giovane Goethe con Walter e Wolang si mette nella sua
maschera di Klingsohr7 e va in carrozza a Corte.
Ancora da Eckermann apprendiamo l'intenzione di August di partire per
l'Italia8:
Questa mattina mi visita il signor Goethe, e mi dice che si è deciso il suo
viaggio in Italia, a cui pensa da tanto tempo: che da suo padre si è
approvata la spesa successiva; e che desidera ch'io vada con lui.
Se Goethe pare in un primo momento soddisfatto della cosa (...sarà un
vantaggio per tutti e due, e la sua [sc., del figlio] cultura specialmente
ne guadagnerà...1), qualche giorno dopo manifesta un'opinione diversa2.
Esprime una sua osservazione di carattere generale, ma è, tuttavia, facile
ravvisare quanto la riflessione, dettata dalla conoscenza del carattere del
figliolo, bene si adatti al caso particolare:
[chi effettua un viaggio]...ritorna di solito come... è andato... anzi,
bisogna guardarsi dal ritornare con delle idee, che poi non si adattino alle
nostre condizioni...
Il senso di quest'affermazione mi sembra chiaro. Le amare considerazioni di
Goethe, di cui sono noti i rapporti contraddittori con August, partono dalla
consapevolezza che neppure l'ItalienReise avrebbe fornito al figlio la
chiave per meglio intendere il senso della sua vita. Egli, buon padre,
forniva ad August un'ulteriore possibilità, ma sapeva già che era destinata
al fallimento, che neppure questa gli avrebbe fatto capire che cosa avrebbe
dovuto fare da grande. C'è un giudizio che Goethe esprime su August che mi
pare significativo. L'intonazione è scherzosa, ma forse tradisce la sfiducia
verso il figlio. Magari non voleva esternarla, ma essa è tanto forte che fa
capolino; l'inconscio, alle cui regole neppure il grande Goethe sfugge, la
rivela:
Mio figlio crede all'influsso della luna sulla terra.3
Nonostante tutto, i preparativi fervono. Eckermann si accomiata da Goethe
mercoledì 21 aprile1 e l'indomani mattina i due partono alla volta di
Frankfurt, prima tappa, dove sono il sabato 242. Da lì scendono in direzione
di Venezia, ma il viaggio di August non ricalca quello del genitore.
Egli, infatti, compie una rotta del tutto diversa rispetto a quella paterna,
e devia verso Milano, dove i due sono alla fine del mese successivo3.
Chissà: forse August vuole compensare con le sue, le esperienze che il padre
si era negato.
Tuttavia, il viaggio che compie, il figlio di Goethe non lo racconterà mai.
Durante il suo giro, infatti, August morrà, lasciando quale unica traccia
delle sue esperienze turistiche le lettere che con sufficiente frequenza
indirizza all'amato padre cui si rivolge sempre con un più che rispettoso
Lei.
È un segno dei tempi, dei periodi in cui il padre era, se non padrone,
almeno patriarca; se non proprio il paterfamilias cui è la piena potestà
sulla vita dei figli, certo genitore sulla cui prole spettava, per l'avergli
dato la vita, l'autorità alla quale non ci si curava affatto che si
accompagnasse l'autorevolezza.
Erano stagioni in cui la dinamica dei rapporti familiari era cristallizzata
all'interno di relazioni standardizzate nella seriosità. Esse venivano
rispettate in virtù della tradizione che assicurava la continuità
dell'assetto stabilito e dell'ereditarietà che garantiva al figlio di oggi
l'essere il padre di domani. Erano rapporti familiari che riproducevano nel
microcosmo delle mura domestiche la gerarchia dei rapporti che
caratterizzava il mondo più grande della buona alta società germanica che si
ispirava, nel suo ambito, al modello prussiano ed al suo modello
organizzativo di stampo militare capace di legittimare e supportare con la
forza dettata dalla disciplina, l'assetto globale dello stato-società.
A questo paradigma si adatta più che consapevole Goethe, padre fino
all'ultimo. Sulla lapide del figlio sepolto a Roma dove era morto nel corso
del viaggio, farà scrivere quale identificativo il figlio di Goethe:
evidentemente ritiene questa sorta di patronimico (fra l'altro la scritta è
in lingua latina) più che sufficiente per far riconoscere il figlio.
Sarà anche per questo che le lettere che August indirizza al padre restano
di fatto ignorate fino ai giorni nostri.
Eppure costituiscono un documento interessante, anche per verificare come
nello spazio di una generazione, meno di cinquant'anni, si fosse compiuta
l'esperienza del Romanticismo. Nella loro lettura si può provare il trapasso
da un momento culturale ad un altro nelle diverse figure di due persone, un
padre e suo figlio, impegnati nella stesura di un documento dello stesso
genere letterario: il resoconto-diario di un viaggio, addirittura compiuto
nelle identiche zone.
Romantico era il primo, lo si è detto. Diversamente il secondo appartiene ad
un'epoca che, pur conservando i vecchi schemi, è al contempo pronta a
superarli. Cerca, infatti, di collocare il proprio vissuto ed il bagaglio
esperienziale acquisito, all'interno di una cornice più ampia che sia in
grado di includere entro di sé anche il dato umano che si incontra e con cui
in qualche modo ci si confronta.
Noi conosciamo ora le lettere per essere state di recente pubblicate, a cura
di Andreas Beyer e Gabriele Radecke dall'editore Carl Hanser sotto il titolo
di Un viaggio verso il Sud.
Dalla lettura delle letter - ne abbiamo esaminate in tutto quindici, sette
spedite da Genova, otto dalla Spezia - il figlio si presenta già all'inizio
in modo affatto diverso rispetto al padre, a cominciare dall'itinerario
precselto.
Goethe, lo si è detto, aveva puntato decisamente su Roma trascurando
l'Italia centro-occidentale. August, al contrario, si reca nella Città
Eterna, lungo ed ampio soggiorno del padre, ma prima fa tappa dove a Johann
non era piaciuto andare ritenendolo forse superfluo e distante dai suoi
interessi.
È per questo che noi abbiamo, di August, le lettere "descrittive" da Genova
e successivamente dalla Spezia, che ci permettono di acquisire ulteriori
informazioni sulle due città. Non mette piede il giovane - si fa per dire -
Goethe nella Riviera di Ponente ché scende giù dal Nord puntando dritto sul
capoluogo ligure da Novi1. Viene, lo si appena detto, da Milano dove ha
sostato provenendo da Venezia, prima tappa nel Bel Paese.
Le lettere abbracciano un arco di tempo di una quarantina di giorni circa,
da martedì 7 luglio 1830 - data d'arrivo a Genova - al successivo giovedì 19
agosto, quando Goethe lascia la Spezia per Livorno.
È un periodo caldo, questo, in Europa, è l'anno dei moti insurrezionali a
Parigi che proprio in quei giorni rovescia i Borboni per portare al potere
la Monarchia di luglio.
Che lo stile scrittorio non riecheggi propriamente quello paterno, lo si
desume già dalla prima lettera scritta da Genova2.
August descrive il paesaggio ligure, certo ben diverso da quello freddo del
nord a cui era abituato, ma non pare che lo stupore della novità lo prenda
in misura particolare:
Partimmo alle 4,30 del mattino da Novi... terra fertile ben coltivata... In
breve raggiungemmo gole con grandiose rocce di calcare, percorse da profondi
terreni boschivi...
Leggendo le prime battute, l'impressione che si fa il lettore è che, tutto
sommato, finora il paesaggio non entusiasma Goethe più di tanto. Ci possiamo
spiegare la reazione, un po' freddina, con il fatto che quanto vede non è,
in fin dei conti, molto dissimile da quello di una campagna tedesca, magari
della Renania, o bavarese.
Per formulare un giudizio, si aspetta allora che lo sguardo del viaggiatore
incontri il mare e la costa e il sole, soprattutto. Certo il passeggero è un
giovin signore educato in maniera ferrea fin dall'infanzia a mantenere un
controllo rigoroso su sentimenti ed espressioni. Sicuramente è capace di
autodisciplina nei salotti che frequenta, ma se si esprime, come fa, in una
lettera privata, per di più indirizzata al padre che non era stato parco
nell'esternare i propri affetti, allora vuol dire che non c'entra solo
l'educazione impartita, non è una questione di stile scrittorio, ma qualcosa
di più.
È certo un modo nuovo di approcciare la realtà, di incontrare il mondo, di
affrontare l'altro da sé. Lo si esamina con attenzione, si indugia su
particolari che meglio lo fanno comprendere. La mentalità che il modo di
scrivere ci propone, mi sembra che ricordi maggiormente un anatomista
meticoloso che si affida nelle sue ricerche alla pedanteria minuziosa,
piuttosto che un pittore entusiasta che intinge il pennello nella tavolozza
dai mille colori e li stempera poi tutti sulla tela, incapace di controllare
gli effetti e le sensazioni di quanto gli si para davanti agli occhi, per la
smania ossessiva di rappresentare se stesso attraverso quello. Ad esempio,
questo sentimento lo esemplifica bene Eckermann:
...Sull'alto del Sempione, nel deserto di neve e nebbia... durante il mio
posteriore soggiorno in Italia, dove certo nessun giorno passò senza
impressioni, senza osservazioni...
Ma non è proprio questo il temperamento di August, tutt'altro. Il racconto
dell'incontro con il mare pare sintomatico nel rivelare questo suo
atteggiamento che è davvero rivelatore di un'indole dato che lo ritroviamo
in tutti gli altri documenti:
...dinanzi ai nostri occhi si presentò il Mar Mediterraneo. Ci apparve la
Lanterna di Genova e dopo pochi minuti godemmo della veduta della città in
tutta la sua magnificenza. Fino ad allora non avevamo un'idea esatta
dell'Italia. Qui però, dove si trovano enormi aloe sui muri, siepi di
oleandri in piena fioritura, piante di aranci, cactus - tutto all'aria
aperta - si è presi da un meraviglioso stato d'animo e osservando la
città... e il mare, uno rimane sbalordito.
Non sembra una grande partecipazione emotiva, quella di August. L'unica nota
che supera la barriera del dato descrittivo è costituita dalle poche parole
dell'inciso - tutto all'aria aperta - che fa ben intendere come August fosse
abituato a vedere altre tecniche di coltivazione dei campi che erano imposte
da un clima proprio diverso, ed è questa la vera novità che suscita il suo
stupore.
Si diceva prima che questo è un periodo abbastanza convulso in Europa. I
Parigini, eterno motore delle cose di casa loro, cacciano il re Borbone
Carlo X per insediare al suo posto il cugino Luigi Filippo del ramo cadetto
degli Orlèans, tradizionalmente liberal-radicaleggianti. Il Belgio ne
approfitta per rendersi indipendente dai Paesi Bassi, protetto dalle armi e
dalle affermazioni della Monarchia di luglio che proclama la dottrina del
non intervento per fare stare buone le potenze della Santa Alleanza. Di
uguale benefica sorte non godranno gli Italiani i cui tentativi
insurrezionali vennero repressi nel sangue dalle baionette austriache per
l'interpretazione in senso del tutto opposto dell'identico principio. Non
potevano certo sapere che quella dottrina la si sarebbe dovuta leggere con
il più crudo linguaggio della diplomazia di oggi che a quelle due parole
avrebbe certo aggiunto l'aggettivo limitato, come a dire ognuno è padrone a
casa sua e nei suoi dintorni - ognuno dei grandi e dei potenti, è ovvio,
pare quasi superfluo dirlo.
Ma sono, in ogni caso, avvenimenti importanti che scuotono l'opinione
pubblica tutta, quella orientata in un senso e pure quella che guarda
nell'altra direzione, perché si capisce che quanto è successo è davvero
qualcosa di grosso, che si è in presenza di un tornante storico che cambia
le cose e l'esistente.
Eppure, anche di fronte alla portata di questo avvenimento, August continua
nel suo stile e non pare scomporsi più di tanto:
...[scrive dalla Spezia] Oggi, da un giornale genovese, abbiamo saputo degli
ultimi avvenimenti a Parigi del 27 luglio.1
Le notizie ci mettevano un po' per arrivare: i tempi erano quelli. Anche per
sapere di cose tanto importanti occorreva evidentemente una diecina di
giorni. Poi magari le notizie arrivavano ancora confuse, anche perché la
situazione sarà stata poco chiara. Forse neppure il giornalista, il
corrispondente dalle barricate, sarà riuscito sulle prime a farsi un'idea
precisa della situazione, non ce l'avrà fatta a capire fino in fondo la
portata delle cose e degli avvenimenti che si stavano verificando nelle
stradine di Parigi. Non ci si metteva niente ad intasarle, non c'erano
ancora i bei boulevards ampi e spaziosi con cui il Barone Haussman non molto
tempo dopo avrebbe disegnato la Ville Lumière, bella e moderna che proprio
in virtù di quel riassetto strutturale sarebbe stato poi impossibile
bloccare.
Se le strade erano ostruite, possiamo anche pensare per analogia che lo
fosse un po' anche l'articolo che così non riusciva a rendere chiara i fatti
e la loro importanza. Difatti August, dopo quel breve accenno, passa
immediatamente a parlare d'altro che evidentemente giudica maggiormente
importante:
Devo far notare che il luogo dove mi trovo si scrive e si stampa in modi
diversi: Spetia, ma anche Spezia, generalmente, però La Spezzia.1 [sic! Ma
anche la punteggiatura lascia un po' a desiderare] La città, quattromila
abitanti, è particolarmente bella, con strade asfaltate con lastre di marmo
e rimangono particolarmente pulite.
Che bello! Sta cambiando il mondo, c'è il pericolo che il continente ritorni
nelle fiamme della guerra, ci si prepara a grandi sommovimenti dopo i quali
l'Europa non sarebbe stata più lo stessa e il giovane intellettuale
germanico non si perita a farne una parola con il padre, che so, un
commento, una domanda, una frase qualsiasi a suscitare, nella risposta, la
spiegazione dell'illustre maître a penser che lo illumini su quanto sta
accadendo. L'assenza di qualsivoglia tipo di nota si potrebbe anche spiegare
come una forma di rispetto nei confronti dell'anziano genitore; tuttavia,
con maggiore probabilità, si è portati ad immaginare una forma di
disattenzione sbadata (diciamo così, con un eufemismo) nei confronti di
quanto stava succedendo.
Basti solo pensare a quello che al proposito Eckermann scrive a Goethe
fornendoci, fra l'altro, notizia di carattere più generale davvero
interessanti. Per motivi che poi meglio vedremo, si è separato da August per
tornare in Germania. Dopo un po' di tempo che non aveva inviato missive a
Weimar, scrive da Ginevra domenica 12 settembre2. Fra le altre cose,
riferisce a Goethe di essere arrivato a Torino domenica 25 luglio dove trova
...un albergo pieno di Inglesi profughi da Parigi, i quali, testimoni
oculari degli avvenimenti, avevano molto da raccontare. Ella può ben
immaginare, che impressione fece su di me, per la prima volta, apprendere
quegli avvenimenti, che facevano tremare il mondo, con quale interesse mi
misi a leggere i giornali, che in Piemonte erano stati soppressi, e con
quale avidità ascoltassi alla table d'hôtel i racconti... e le discussioni e
i contrasti dei politicanti... si cercava di prevedere le conseguenze che
sarebbero potute derivare per il resto d'Europa, da così grandi e mondiali
avvenimenti...
Insomma, siamo di fronte da una situazione internazionale grave, pericolosa,
piena di incognite, dinnanzi alla quale il mondo resta con il fiato sospeso,
tutti sono preoccupati per il futuro che si fa drammaticamente incerto, e
August, invece, si mette a parlare del nome della città che lo ospita da
poco più di una settimana.
Tuttavia, a noi, che sappiamo tutto, o quasi, della Monarchia di luglio, fa
piacere che il giovane Goethe apprezzi questa nostra città, allora solo
cittadina. Diciamoci la verità: osservando lo stato di pulizia delle nostre
strade, viene da invidiare quei nostri compaesani, pur non rilevanti nel
numero, di centosettanta e passa anni fa le cui vie erano tutte belle pulite
e linde con una lastricatura in marmo che, se a prima vista sembra un po'
improbabile come l'aggettivo asfaltate che precede, può trovare una
spiegazione nelle pagine di uno storico spezzino quasi contemporaneo:
Nel 1823-24, facevasi con tacchi [piccole pietre squadrate che rialzavano la
strada battuta: quasi, diremmo oggi, dei sampietrini] di pietra arenaria, il
pavimento della Via del Prione fra la porta di Genova [Museo Diocesano] alla
porta della Marina [dove via Cavallotti, incrociando la via del Prione, dà
su piazza Mentana]; e quindi vennero, in varie distanti riprese, selciate su
quel disegno e colla stessa pietra arenaria, le altre vie della città.1
Se è il selciato in arenaria a dare l'impressione che il rivestimento sia
altolocato, viene anche da chiedersi quanto il nitore urbano di allora
discendesse dalla bontà professionale degli operatori ecologici di quei
tempi, o se dipendesse anche da altri fattori quale, primo fra tutti, il
rispetto che gli abitanti portano per il luogo che abitano. In virtù di un
simile atteggiamento, questo non impiega molto per divenire terra madre;
quelli, eccoli cittadini coscienti e consapevoli dell'area che abitano. La
condizione è cominciare già subito dalle tante piccole cose di ogni giorno,
in mancanza delle quali è impensabile immaginare qualsiasi decollo verso i
traguardi che non c'è chi non vorrebbe conseguire.
Il clamore suscitato dai fatti francesi era comunque non poco e August ci
torna sopra qualche giorno dopo, in una lettera della domenica 15, pieno
Ferragosto:
Mi assalgono certi pensieri allorché penso agli ultimi avvenimenti in
Francia: è facilmente comprensibile.
Sono cose grosse, l'abbiamo già detto; il mondo cambia, non si può non
andarci con il pensiero e con la penna, ma ci si sbriga con poche parole.
Sembra quasi che il commento sia un dovere, un obbligo che non si può fare a
meno di assolvere. Ma è solo l'onore della firma a salvarsi, non la capacità
di esprimere considerazioni che superino il breve impatto emotivo per
assurgere ad un livello di analisi, seppur modesto, anche sommario.
Anche Johann, il padre, si era trovato di fronte a situazioni oggettivamente
sconvolgenti come la Rivoluzione francese e Napoleone, di cui la sommossa di
luglio è un ultimo atto. È uno scrittore di corte, pur nella sua grandezza,
non esprime un suo commento preciso. Eppure, delle considerazioni le compie.
Media, infatti, le contraddizione del suo status per cui non può essere
engagé, salendo ad un livello superiore che analizza il problema
dell'autonomia del pensiero, che i Lumi avevano posto in primo piano. Si
interroga sulla dialettica fra libertà e necessità, fra privato e politico,
con cui l'uomo si confronta lungo un percorso che, se fruttuoso, conduce in
vista della maturità.
Così, di fronte alle manifestazioni della natura ed alla sua meraviglia,
anche se talora è orrida, metafora delle situazioni reali, la reazione di
Johann vibra acuta, come poche parole del Werther testimoniano in maniera
efficace:1
...Ciò che mi spezza il cuore è la forza distruttrice nascosta
nell'immensità della natura, che nessuna cosa ha creato, che non debba a sua
volta distruggere quella vicina a se stessa. Così vacillo, preso
dall'angoscia!
Diciamo cosa ovvia: il DNA trasmette tante informazioni genetiche, ma la
capacità di essere intellettuale, cioè ad un tempo interprete e punto di
riferimento di un periodo, evidentemente non è compresa all'interno
dell'albero elicoidale che è nella corteccia di ogni uomo. Tramanda
caratteri che si perpetuano da genitori a figli intrecciandosi in continuo
tourbillon e creando nelle varie generazioni combinazioni tanto impensabili
quanto variegate nel tempo, eppure è stato ben difficile che qualche Grande
abbia avuto figli pari a sé, e se ciò è successo il fatto è stato più che
raro, quasi unico.
Ci sarà pure un motivo per cui i nostri figli, almeno in qualche cosa, non
sono come noi, o, almeno, come noi li vorremmo. Un giorno, chissà, forse la
troveranno quella spiegazione, ma, per ora, non si può che registrare che
questo fatto si verificava anche fra Johann e August. Il figlio senza dubbio
si rivela più interessante nelle notazioni che, da viaggiatore, scrive di
fronte a fenomeni per lui del tutto nuovi ed inconsueti.
Che il panorama che incontra sia per lui del tutto originale ed inconsueto,
lo si capisce bene già dalle lettere-resoconto che invia da Genova, sua
prima tappa del tour italiano:
...Case di otto piani, vicoli molto stretti. Poi si arriva al mare. Con il
vento forte, le onde erano tanto alte che spruzzavano la mia finestra: uno
spettacolo che non ci si stanca di osservare per ore.1
Gli si para davanti evidentemente uno show completamente nuovo. Mi sembra
che a proposito di queste brevi righe si possa parlare di due sentimenti
proprio antitetici.
C'è il fascino delle onde salse di cui non ci si cura quanto bagnino tanta è
l'emozione dell'insolito.
Invece, al carugiu, caratteristica tutta ligure dell'architettura urbana e
della sua stratificazione viaria, Goethe lancia uno sguardo disattento.
Forse, a ben vedere, a leggere con la pignoleria di chi vuol cercare a tutti
i costi il pelo nell'uovo, si intravede qualche limitata traccia anche di
disistima. Non è esternata, non si fa palese, ma è poi tanto difficile
avvertirla in quelle poche parole? Assommano, quei vocaboli, ad una diecina
nella traduzione italiana; sono verosimilmente ancora inferiori di numero
nell'originale tedesco, lingua che accorpa più parole fino
all'impronunciabilità per rappresentare il concetto che le fa comuni.
Evidentemente il paesaggio urbano di Weimar proponeva uno veduta differente,
forse le città tedesche si avviavano già, nella prima metà del XVIII secolo
alla razionalità architettonica che sarebbe stata propria del successivo
periodo, ma il carugiu, il suo fascino, come non sentirlo?
È la stradina stretta che si inerpica verso l'alto dalle falde che il mare
arriva a lambire, stretta, compressa quasi fra due fila parallele di mura di
case, dove la necessità della difesa ben si accoppia all'esigenza di
risparmiare spazio. A stento ci può passare il carretto che dà il nome a
quella minima arteria viaria, eppure è lì, in quello spazio angusto, che
vive l'umanità che il carugiu comprende. Odori e suoni si mescolano e si
affollano facendosi fragranze che profumano la dinamica della vita che sale
e scende i ciottoli che lastricano la stradina arrampicandosi senza mai
provare fatica. È una strada che vive e che pulsa passioni; ci puoi contare
le sue emozioni, i suoi sentimenti: amore e odio, amicizia e ostilità,
dolore e gioia, vita e morte, miseria e..., questo è stato che, a differenza
degli altri, nel carugiu non conosce contrario. Alla miseria è difficile
trovare alternativa, sempre e dovunque, ma nel carugiu è condizione endemica
che, pur nelle differenze che inevitabilmente ci sono, tutti i suoi abitanti
affratella e accomuna.
Ci vedi le donne che sedute sulle careghe dal sedile di paglia intrecciata,
ma ormai sdrucita e spelacchiata, chiacchierano vicende proprie e altrui,
intente, che so, a deliscare o a snocciolare i fagioli fuori dai loro gusci.
In quelle conversazioni la cantilena del dialetto supera il confine
dell'informazione per farsi pettegolezzo. Non è maldicenza, non è solo
l'arte di trovare nei guai foresti un sollievo alla disperazione propria. È
anche partecipare in qualche misura alle difficoltà altrui (economiche,
sentimentali, familiari e quant'altro) che in questo modo strano diventano
possesso della collettività. Incapace di risolvere un momento problematico
di un suo membro in altro modo, lo esorcizza nella chiacchiera, nella
diceria che può anche storpiare la realtà. Può essere una situazione
difficile, la sua deformazione ha come scopo quella di renderla a misura di
chi la subisce ché una soluzione sia più agevole da ritrovarsi, o che si
possa almeno pensare che sia a portata di mano. In fin dei conti è un
sollievo intellettuale che lenisce lo stato di sofferenza reale.
Un grande saggio ha scritto che l'oblio è la forma più profonda di memoria.
Se questo è vero, come negare che anche la maldicenza, pur maligna, a suo
modo, in qualche misura, può anche essere una rappresentazione di
partecipazione affettiva alla condizione dell'altro da sé? In qualche
maniera quello viene abbracciato, in via metaforica, con la simpatia, il
moto intellettuale che fa propri i sentimenti dell'altro.
Il modo ottimale per manifestare avversione per chi non ci pare
particolarmente amico, non dimentichiamolo, è ignorarlo, annullare nella
voluta dimenticanza chi ci è avverso cancellandolo (almeno nella nostra
mente) dall'esistere.
Così, almeno a me sembra che questo sia il senso della vita nel carugietu,
delle sue chiacchiere, delle sue dicerie: il microcosmo di una collettività
che nel suo acciottolato angusto ed incassato trova e consolida la sua unità
per l'appartenenza a quel borgo stretto ed erto.
Goethe non sente tutto questo, non avverte il fascino che pure cattura tanti
suoi connazionali anche oggi che si fermano a guardarsi attorno mentre
salgono i carugi delle contrade liguri, che so?, di Portovenere, per fare un
nome, e cercano di capire, impossessarsi, fare propria, quell'atmosfera che
si porteranno poi dietro nel viaggio di ritorno: insieme ricordo e memoria e
souvenir, il fenomeno unico che accomuna un fatto sentimentale,
dell'intelletto e che viene da sotto, dal profondo.
Invece, sembra quasi che August non riesca proprio a comprendere appieno,
fino in fondo, quello che vede.
Le chiese della Liguria presentano un minimo comun denominatore nella loro
forma compositiva. Lo stile architettonico può anche divergere, di poco o in
maniera maggiormente visibile, ma, come un marchio di fabbrica che faccia
riconoscere da lontano il prodotto, ci sono le fasce di marmo chiaro e scuro
che, in ampie bande orizzontali alternate, rivestono i quattro lati
dell'edificio. È il logo di un prodotto DOC.
La ragione è chiara: si costruisce con quello che si ha a disposizione, che
è sotto mano, non essendoci, tutto sommato, disponibilità finanziarie che
permettano di accedere a materiali che, provenendo da lontano, hanno costi
chiaramente più alti rispetto al prodotto nostrano.
Goethe sembra, tuttavia, non comprendere appieno la situazione. Certo, la
cattedrale gotica che tanto ci affascina - a Colonia, a Norimberga, a Monaco
- e che doveva costituire per lui panorama consueto, non è il romanico tanto
frequente dalle nostre parti.
Capire un'architettura significa, prima di tutto, comprendere quanti la
hanno immaginata, prima, e realizzata, dopo. Si devono afferrare tanto il
percorso intellettuale di una collettività che ha portato ad ideare
costruzioni con un lavorio che, per il suo essere sociale, si fa cultura,
quanto le soluzioni tecniche e tecnologiche che traducono la consapevolezza
di quell'ensemble sociale in opera finita.
È questo il senso delle fabbriche che, dalla cattedrale svettante guglie,
pinnacoli e doccioni alla modesta chiesina di campagna ad una sola navata,
sono testimonianze della presenza viva e vivifica di un insieme umano che
ritrova la sua coesione in un proprio prodotto che lo rappresenta nella sua
integrale interezza.
Se non pretendo che queste mie affermazioni siano condivisibili, non mi pare
tuttavia che August sia molto in sintonia con esse, almeno a giudicare da
quello che scrive a proposito del Duomo di Genova.
...è un edificio strano, perché sembra la giacca di un buffone, in quanto ha
una pietra in marmo nero, un'altra in marmo bianco. Uno stile che non mi
permesso di stabilire l'epoca nella quale è stato innalzato..1
In verità, quello che pare desti maggiormente il suo interesse sono altre
cose, più concrete nella loro materialità. Al cor non si comanda, recita un
vecchio detto, ma August sembra che il cuore l'abbia collocato all'interno
dello stomaco:
...[dopo il Duomo] ho notato un vecchio edificio, pieno di fuliggine... Era
il palazzo Ducale... un cortile meraviglioso. Tutto in marmo bianco. La cosa
principale è la grande sala... In questo labirinto mi venne voglia di andare
in un'osteria. Cercai... il mercato del pesce... vi era pure una buona
bettola, dove tranquillamente si assiepavano marinai e lazzaroni [con questo
nome si indicavano i lavoratori stagionali e i mendicanti]. Sono stato
servito bene: 50 ostriche, buon vino, pesce ottimo, posate d'argento
massiccio... Il tutto è costato 8 groschen [soldi].
La cucina, ecco la cosa che colpisce, che fa diventare preziose anche le
posate di una taverna da quattro soldi. Ancora meglio se il pranzo costa
pochi spiccioli. Il turismo, da sempre, più dei monumenti e dei panorami,
l'ha fatto il cambio delle valute. Se la moneta del foresto è forte, è
inevitabile che il mare gli diventi più blu ed il cielo si faccia più
celeste ed è difficile che del tutto si abbia un'impressione spiacevole.
Quando poi la pancia è satolla, viene da chiedersi, ma che cosa si può
volere di più? Così il nostro August se ne va a spasso per Genova, ammira il
Teatro Nuovo (il "Carlo Felice") - un colosso di marmo del miglior stile - e
si avvia verso il porto dove stanno entrando due navi da guerra statunitensi
e dove stazionano almeno duecento navi mercantili.
A questo punto la passeggiata ha termine:
...arrivammo a casa e dopo un paio di bicchieri di vino, a letto.
La ragione del suo atteggiamento mi pare risiedere nel fatto che l'approccio
che August attiva nei confronti dei fenomeni nuovi è, più che intellettuale,
ludico; forse, anzi, è solo quasi esclusivamente di questo tipo.
Ce lo rivela in due lettere consecutive1 in cui narra al padre il suo primo
contatto con il salino del mare Ligure.
È la prima volta che prova la sensazione dell'abbandono nel bagno in mare,
acqua tanto diversa da quella del fiume e del lago a cui è certo abituato.
Infatti, non pare provare il disagio del novizio nel momento del tuffo, ma
la novità pare intuibile da un elemento diverso: il nome con cui August
indica il mezzo con cui si inoltra in mare.
Ricorre infatti al termine gondola. Non si vale del termine barca, o
imbarcazione, non fa uso, che so, di gozzo o lancia. Evidentemente, per lui,
la barca italiana non può essere che una gondola, il modello veneziano è
così noto in tutto il mondo che serve per designare qualsiasi cosa italiana
che galleggi sull'acqua.
La rappresentazione oleografica che deforma l'aspetto caratteristico di un
posto per farlo assurgere a simbolo di quella località, non è fenomeno solo
dei nostri giorni. Funziona così. Viviamo di concetti standard, di luoghi
comuni che massificano secondo l'appiattimento sul cliché, anche a livello
geografico.
Quando diciamo siciliano, non pensiamo forse, subito ed istintivamente, ai
baffoni e alla mafia e napoletano non è pizza e mandolino?
Nello stesso modo, August, quando pensava nel suo idioma ad una barke, ma
scrivendo voleva adoperare un vocabolo della lingua del Paese che lo stava
ospitando, non poteva tradurre altrimenti che facendo ricorso a gondola,
trascurando i non pochi ovvi particolari che differenziano la tipica
imbarcazione della laguna dal legno ligure: più affilato, più agile, più
idoneo ad affrontare le onde del mare aperto per cui è appositamente
costruito.
È evidente che non è un esperto, la differenza per lui consistendo
unicamente nella tinta del fasciame, ma qua vale ribadire quanto il modello
stereotipato si imponga quale paradigma: nel nostro caso, di ogni cosa
costruita con un buon albero che non vada a fondo.
Diciamolo ancora: quando August pensa ad una barca italiana, non può
chiamarla in altro modo se non gondola. Il modello veneziano è così diffuso
e forte che si impone come archetipo per tutte le imbarcazioni che navigano
lungo le coste dello Stivale.
Per la prima volta ho fatto il bagno in mare... una gondola (non nera) porta
al largo... Io sono sceso fino all'ultimo [gradino di una scaletta] mi sono
tenuto e mi sono abbandonato alle onde... Avevo... una bottiglia di vino e
un limone. Da una barca di pescatori ho preso 50 ostriche fresche e le ho
mangiate con la camicia al vento. Ero allegro [potrebbe essere diversamente
ché, è noto, l'acqua salata non annacqua la bottiglia, anzi ne incrementa il
consumo]... Sono quasi tutti nudi e quindi non ho avuto soggezione a
presentarmi così anch'io...
Nella lettera spedita la domenica successiva la situazione non cambia, anzi:
...da tutte le parti si presentarono uomini nudi e presero il bagno...
sembravano selvaggi dell'ultimo Moikan.... Eleganti signore passeggiavano
sul terrapieno...
Al solito Eckermann1 ci attesta che August provava grande interesse per
Unkas, il principe mohicano creato dalla penna di James Fenimore Cooper, uno
scrittore che, seppure pubblicato da non molto, godeva dell'attenzione di un
vasto pubblico2:
[Goethe sta leggendo a Eckermann in anteprima la scena della carta moneta,
nel nuovo Faust, quando] ...il figlio di Goethe entrò e si mise a tavola con
noi. Ci raccontò dell'ultimo romanzo di Cooper, che aveva letto, e intorno
cui riferì ottimamente, con la solita chiarezza.1
Forse la nudità che colpisce così tanto August va un pochino ridimensionata.
Non mi pare plausibile che gli uomini nuotassero come madre natura li aveva
fatti avendo davanti a sé il passeggio di belle donne ben vestite. Il corpo
senza veli era per August forse il solo torso nudo con i calzoni a mezza
gamba, quelli a cui ricorriamo ancora oggi per essere alla moda e che
chiamiamo "alla pescatora". Il fatto che rimarchi così il termine - nudità -
è spia di quanto fosse pruriginosa l'etica dell'ambiente socialmente
elevato, aristocratico ed alto-borghese, della corte di Weimar in cui il
giovane Goethe era cresciuto. Da qui, si può anche intuire quale fosse il
concetto allora corrente di morale. Il corpo, che ai giorni nostri viene più
che esibito, ostentato, allora doveva essere necessariamente ricoperto da
qualche indumento sì che nessun pezzetto di pelle impuro restasse allo
scoperto. Vien proprio da dire che da allora ne abbiamo fatta di strada,
vedendo i sentieri che camminiamo oggi lastricati da calendari tutti con i
loro seni, cosce, glutei rigorosamente belli, perfetti e - ma occorre dirlo?
- nudi, privati persino del più piccolo peluzzino ché non venga intaccata la
visione integrale del corpo.
August, comunque, in qualche modo doveva essere, felicemente s'intende,
sconvolto se, dopo aver fatto riferimento alle signore, si affretta a dire
...Bisogna cercare di tenere la testa a posto. Tutto è, qui, così naturale
che si è tentati di spogliarsi...
In quest'ultima frase, a ben vedere, si avverte il segno dei tempi. Si sente
come persista nel post-romantico Goethe il mito del buon selvaggio che vive
nello stato di natura. Dall'illuminismo di Rousseau a Cooper appunto, ai
preromantici ed ai loro più tardi epigoni, correva l'esaltazione di quanto
fossero felici i bravi e buoni indigeni. L'idea corrente era che vivessero
in uno stato di natura, beato e benedetto in quanto privo di orpelli
artificiosi e incrostazioni artificiali, il fardello, cioè, che la società
ha imposto agli uomini cosiddetti civili, privandoli dello stato felice e
naif dei loro antenati.
Il mito del buon selvaggio percorre una buona parte della cultura di quei
periodi, fino a diventare un topos, un luogo comune. È un fatto anche
comprensibile, anche se non pienamente condivisibile: erano tante ancora le
cose e le situazioni sconosciute e inesplorate che, nella ristrettezza dei
tempi, anche alla fine Settecento veniva spontaneo immaginarsi una
condizione beata dell'esistenza.
Se si ripensa un pochino alla storia delle idee che hanno fatto il mondo,
viene da dire che gli uomini, a ben vedere, delusi o solo scocciati dal tipo
di vita condotto, hanno ipotizzato nell'immaginario della fantasia (gran
dono di natura, sollievo all'asprezza del reale !) uno stato mitico ed
ipotetico di felicità. Gli han dato tanti nomi nel corso dei secoli.
L'hanno chiamato età dell'oro, i classici; è giardino dell'Eden per il libro
che vanta il maggior numero di traduzioni al mondo; per molti è il Regno
Celeste. Nel Cinquecento è stato la Città del Sole, prima ancora lo stato
perfetto si identificava con la Civitate di Dio, molto tempo dopo sarebbe
stato l'Ordine Nuovo della Città Futura. Ci siamo sempre immaginati una
condizione ideale rispetto a quella esistente: evoluta, da costruirsi;
perduta, da ricercarsi.
Quelli come August appartenevano a questa seconda categoria. La mia
impressione è che l'idea di ritrovare lo stato perfetto nel non civilizzato,
o più semplicemente nel diverso da noi, è continuata e pure noi la
coltiviamo.
Mi pare, infatti, che anche la nostra società ricca ed opulenta insegua
ancora quell'aspirazione. La celebra quando, facendo la felicità degli
operatori di settore, ci affrettiamo verso lidi esotici, nomi da favola,
riviere da mille e una notte. È ovvio: concorre il desiderio di staccare la
spina, ma, con quello, è presente la volontà di una full immersion in una
condizione di vita che nella fantasia ci rappresentiamo, per il semplice
fatto di essere differente dalla nostra, assai prossima allo stato
primigenio della felicità dettata dalla natura da cui agi e conforts vari ci
hanno inesorabilmente allontanato. Salvo poi accorgersi che il panorama che
abbiamo trovato fra le palme e le spiagge dorate è una finzione. Riproduce i
cliché da cui per una settimana siamo venuti via e li segue in maniera
abbastanza pedissequa: è il canalone dell'omologazione collettiva che oggi
abbiamo imparato a chiamare globalizzazione, ma la cui origine intellettuale
è assai più distante nel tempo.
Tutta la questione, come nel caso del conto che il taverniere presenta ad
August alla bettola di soli otto groschen, pochi spiccioli, si risolve poi
in una banalità infinitesimale: il cambio della valuta che, avvantaggiando
l'uno, sfavorisce l'altro relegandolo al gradino inferiore, anche se vive
nello stato della felicità naturale
Poi, dopo, forse, insieme alla scoperta di avere inseguito un'illusione, ci
si rende conto che l'età dell'oro la si raggiunge quando, e se, ci liberiamo
dalle pastoie formali che ci inibiscono e ci formattano tutti eguali.
Anche August, ma chi può dirlo con certezza?, si è reso conto di avere
toccato l'età beata quando ha compiuto il gesto, inaudito per lui, signorino
ben educato, di togliersi la camicia per sguazzare nell'acqua felice e
contento con tutti quei bravi marinai e pescatori della Lanterna che, con il
loro esempio, gli avevano dato l'impulso che l'aveva reso libero.
Lì, in quei non molti attimi del breve pomeriggio, August, anche magari con
l'ausilio di un bicchierozzo di buon vino, aveva raggiunto la sua età
dell'oro. Forse avrà anche detto, memore dell'augusto genitore, Attimo,
fermati!
Lì, ha trovato la soluzione al problema che ha reso grande nei secoli il
padre: in che modo far convergere quelle due parallele che sono la necessità
che crea il dovere obbligando, e la libertà che origina il piacere
emancipando.
Se ne sarà reso conto il figlio di avere, fra le onde del mar Ligure,
risolto nella pratica il problema che nella teoria aveva assillato per tutta
la vita il padre?
Speriamo di sì perché, altrimenti, la sua dannazione eterna sarebbe stata,
come per tanti degli uomini di ogni epoca, il non essersene accorto avendo
così perso l'occasione, non unica, certo rara, del pieno godimento
dell'attimo felice.
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