UN TURISTA NEL GOLFO: AUGUST VON GOETHE - PRIMO CAPITOLO
 

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I Goethe

Johann Wolfgang Goethe è già personaggio famoso nel mondo culturale europeo quando decide di compiere un tour in Italia. Si tratta per lui del viaggio ideale che ha animato ogni suo sogno. Il bel progetto da sempre vagheggiato e fantasticato finalmente si realizza dopo che lo ha già disegnato innumerevoli volte nella mente fin dall'adolescenza, seguendo la volontà di ripetere l'esperienza del padre Johan Caspar che era sceso nella Penisola nel 1740.
A soli ventisei anni Johann era già stato chiamato a Weimar dall'appena diciottenne Granduca Karl August Saxe-Weimar che diventerà famoso anche per essere stato il primo governante di uno stato tedesco ad aver concesso la costituzione ai suoi sudditi, gli abitanti del piccolo granducato di Sassonia-Weimar-Eisenach in Turingia. Egli nel 1775 invita alla sua corte come Consigliere di Stato Goethe. Questi, pur giovane, è persona già ben nota. I primi lavori (Götz, il primo Faust, Maometto, Prometeo, le poesie, il Werther) lo hanno reso celebre. Goethe è l'alfiere riconosciuto degli Stürmer, i romantici tedeschi. Della città farà uno dei centri culturalmente più vivaci del tempo. La Sassonia, se è stato piccolo, si presenta altresì esuberante da un punto di vista intellettuale. Non poco ha contribuito al suo sviluppo la molteplice attività del Poeta che con i suoi scritti ha suscitato entusiasmo in ogni Tedesco. Tanta è la sua fama, tanto è celebrato e riverito da tutti che, anche per questo, decide di effettuare il viaggio in incognito.

Allora era indubbiamente più semplice di oggi, ché, nel nostro mondo globale che non conosce confini, uno degli svantaggi della popolarità è che la celebrità viene preceduta sempre dalle fattezze del volto che, anticipando notizie di qualunque altro genere, in qualche modo le condizionano. Un lineamento gentile si farà perdonare, in qualche misura, anche atteggiamenti non proprio da educande, mentre un aspetto sgraziato potrà inficiare la valenza di una grande scoperta. Discutiamo tanto di essere o avere, quando pare che, tutto sommato, oggi vengano a coincidere l'essere e l'apparire, argomento di cui spesso sentiamo parlare nei talk shows e sulla carta stampata. La percezione rappresenta ormai l'ontologia di più di una cosa, dal clima all'economia. 
Così noi conosciamo tutto dei personaggi che vengono proposti alla nostra attenzione, giusto a fare inizio dalle sembianze del viso. Ma ai tempi di Goethe (il grande scrittore nasce nel 1749 e muore 83 anni più tardi) tutto questo non succedeva; la televisione non c'era e sui giornali non comparivano i volti dei personaggi illustri che, se volevano tramandare un ricordo iconico di sé, dovevano ricorrere al mestiere di un bravo pittore che li ritraesse.
Per questo il Poeta può viaggiare sotto falso nome, anche se gli capiterà un piccolo, ma increscioso incidente. Infatti, parte da Karlsbad (oggi Karlovy Vari, città boema della Repubblica Ceca) per la famosa fuga. Punta sul Brennero ed entra nei territori della Repubblica Veneta a Malcesine, nel lato orientale del lago di Garda, dove le guardie della Serenissima lo traggono in arresto scambiandolo per una spia.
Risolto l'equivoco, da Verona arriva a Venezia da dove inizia il tour italiano che lo impegnerà per un paio d'anni, dal 1776 al '78, portandolo fino in Sicilia. Attraversa la penisola per la sua parte interna fino ad una sosta a Napoli che fa seguito ad un soggiorno più che prolungato nella tanto desiderata Città Eterna.
Vedere Roma è il coronamento dei suoi sogni, la smania di arrivarvi la si capisce anche dall'itinerario che percorre. Sorvola, per esempio, su una grande città d'arte come Firenze ed il territorio ricco di storia, tradizioni, cultura, che la accoglie.
Visita un presente tanto povero e decaduto, quanto pregno di un'antica prosperità che rifulge anche nella miseria dello stato delle cose. Sono esperienze che accrescono il bagaglio intellettuale in quanto offrono la possibilità di incrociare emozioni che consentono di comprendere in maniera completa quanto si incontra. Gli anni, nel loro scorrere inesorabile - né mai si risparmiano in questa attività - spargono a copiose mani sulle antiche vestigia la polvere della dimenticanza. Ma è grazie al fascino della loro cultura che le rovine cadenti riescono a sostenere vittoriosamente la sfida con il tempo, tramutando anzi quel pulviscolo in cipria.
Da questo complesso fermento in cui l'emozione si confonde con lo stupore meravigliato e la suggestione non ci mette molto a divenire eccitata agitazione, ha origine il Viaggio in Italia, qualcosa a mezzo fra libro e diario in cui Goethe riflette e ripensa a quanto ha visto.
Se lo pubblicherà, tuttavia, solo nel 1828, quindi parecchi anni dopo, il suo ItalienReise non impiega più di tanto per diventare l'archetipo di un nuovo genere letterario, il diario di viaggio. In esso l'autore coniuga alla descrizione del panorama e delle opere viste, la narrazione del proprio io in modo che si intenda la tempesta dei sentimenti che, alla vista di cose tanto belle, si abbatte su chi è, ad un tempo, testimone di quello che guarda, ma pur anche artefice di quanto è spettatore per la possibilità che ha di rivisitarlo poi storicamente nella sua mente.
Non per niente Goethe, da buon romantico, è fortemente permeato della cultura allora egemone che privilegiava con forza i sentimenti, considerandoli possessi naturali, originali e primigeni dell'uomo, e li poneva al di sopra di ogni altra attitudine, capacità, caratteristica ed attributo di cui ogni creatura umana sia dotata.
Due anni dopo la pubblicazione del libro, a compiere il viaggio in Italia è il figlio di Goethe, August. 
Era nato il giorno di Natale di quarantuno anni prima. La madre, Christiane Vulpius, ragazza allora ventitreenne, all'inizio del 1789 aveva abbordato il grande Poeta impetrando un suo intervento a favore del fratello licenziato dall'impiego pubblico.1 Il 5 maggio di quell'anno erano stati convocati in Francia gli Stati Generali, ma Goethe, ignorando che si sarebbe infatuato per Napoleone, venne colpito dalla giovane.
Non era particolarmente bella, ma la sua spontanea vivacità lo affascina e ne fa la sua amante. Certo, non è il sentimento che aveva provato per Charlotte von Stein che fu affinità elettiva innanzitutto per un comune sentire intellettuale, ma è affetto comunque forte. Da Christiane avrà cinque figli, anche se di recente c'è chi ha scritto che i due dormissero in camere da letto separate.1 Il primogenito è August che è anche l'unico dei fratelli che riesca a sopravvivere superando i tanti ostacoli che allora complicavano l'esistenza nell'età infantile. Goethe legittima August nel 1801, ma solo nel 1806 si deciderà a sposare la sua grassa metà. Il nomignolo con cui la definisce non è certo gentile, ma vi si può intuire anche il pudore di voler celare l'affetto per la compagna che gli fu sempre vicina dal primo incontro fino alla morte avvenuta dieci anni dopo le nozze, nel 1816.
August, dunque, compie il suo tour nel 1830, un paio d'anni quindi dopo la pubblicazione dell'ItalianReise. Ad accompagnarlo, sorta di anomalo chaperon, viene destinato il segretario del padre, Johann Peter Eckermann, che è, per i suoi Colloqui col Goethe un'importante fonte per una conoscenza ottimale e completa del grande scrittore.
Eckermann era nato da una poverissima famiglia a Winsen nel 1792; sarebbe morto all'età di 62 anni a Weimar, dove era stato chiamato da Goethe come segretario, carica che rivestì fino alla scomparsa dell'ormai anziano principale. Tutti lo considerano una sorta di piccolo Goethe, quasi un suo alter ego a cui il più grande poeta svela, rivelandoglielo, il suo intimo io. Considerando il distacco, quasi freddezza, con cui Seine Exzellenz trattava, ad esempio, Herder, Hölderlin o von Kleist, di cui forse temeva la Schwärmereien, la piaggeria adulatrice e cortigiana, viene da pensare che forse Goethe sopravvalutasse Eckermann. Oppure è forse vero il contrario. In quei poeti che gli giravano intorno a Weimar smaniosi di farsi notare e di ottenere i suoi favori, capiva un estro che temeva potesse venire ad oscurare la sua stella. Scorgeva in loro una genialità che al fedele Eckermann non apparteneva. Da lui non poteva arrivare alcuna sorpresa, a lui poteva rivelarsi senza tema che potesse sfruttare l'intimità per contrastargli o carpirgli il posto nella storia, sicuro, al contrario, che la sua lealtà avrebbe riverberato ancor più i suoi fasti.
Eckermann registra puntualmente quanto gira intorno a Goethe da quando entra al suo servizio nel 1823 fino alla morte avvenuta quasi nove anni più tardi, il 22 marzo del 1832.
Sappiamo così che nella prima visita in casa Goethe,1 incontra la moglie di August, Ottilie (classico nome da Affinità elettiva). I due si erano sposati l'anno successivo alla scomparsa della madre Cristiane, nel 1817 dunque. Con Ottilie ci sono la signorina Ulrica2 e i due figlioletti Walter e Wolfgang,3 amatissimi dal nonno che perdona volentieri la loro vivacità. Così Wolfgang4 può interrompere il colloquio che il nonno ha con il Cancelliere Müller per mostrare un suo disegno e Walter5 fare irruzione fra i discorsi che Johann tiene con l'amico Zelter suscitandogli una finta arrabbiatura:

"Diavoletto irrequieto, tu ci guasti ogni conversazione", ma accarezzò il fanciullo e non si stancò di fare tutto ciò che egli volle.
Eckermann, dimostra simpatia per Ottilie, che non chiama mai per nome, ma sempre con un deferente Frau Goethe. Invece, cita August solo poche volte, indicandolo solo come il signor Goethe o il giovane Goethe. Quando ne parla con il padre, è il Suo signor figlio, Ihrer Herr Sohn. Di lui, che aveva studiato diritto (Jurastudium) a Heidelberg e a Jena, sappiamo1 che vestiva l'uniforme e portava la spada in quanto lavorava a corte2: dapprima Kammerrat, era poi stato promosso al rango superiore di Kammerherr3. Lo dice subito, riferendo del primo incontro con August, ma Eckermann, a parte questa notazione, dedica tuttavia la maggior parte della sua attenzione alla moglie con cui condivide l'amore per il teatro. Di Ottilie vengono ricordati anche gli interessi culturali. Per due volte si ricorda che ella era la direttrice di Caos (o Chaos): un settimanale che usciva alla domenica in tedesco, inglese e francese4 e che riscuote l'approvazione del grande Goethe. Di August, Eckermann è magari più incline a riportare la propensione al divertimento, raccontando quanto si rallegri a ricordare le baldorie compiute da studente5 o come è pronto ad andare dopo cena a corte per una festa6:

Dopo tavola il giovane Goethe con Walter e Wolang si mette nella sua maschera di Klingsohr7 e va in carrozza a Corte.

Ancora da Eckermann apprendiamo l'intenzione di August di partire per l'Italia8: 
Questa mattina mi visita il signor Goethe, e mi dice che si è deciso il suo viaggio in Italia, a cui pensa da tanto tempo: che da suo padre si è approvata la spesa successiva; e che desidera ch'io vada con lui. 

Se Goethe pare in un primo momento soddisfatto della cosa (...sarà un vantaggio per tutti e due, e la sua [sc., del figlio] cultura specialmente ne guadagnerà...1), qualche giorno dopo manifesta un'opinione diversa2. Esprime una sua osservazione di carattere generale, ma è, tuttavia, facile ravvisare quanto la riflessione, dettata dalla conoscenza del carattere del figliolo, bene si adatti al caso particolare:

[chi effettua un viaggio]...ritorna di solito come... è andato... anzi, bisogna guardarsi dal ritornare con delle idee, che poi non si adattino alle nostre condizioni... 

Il senso di quest'affermazione mi sembra chiaro. Le amare considerazioni di Goethe, di cui sono noti i rapporti contraddittori con August, partono dalla consapevolezza che neppure l'ItalienReise avrebbe fornito al figlio la chiave per meglio intendere il senso della sua vita. Egli, buon padre, forniva ad August un'ulteriore possibilità, ma sapeva già che era destinata al fallimento, che neppure questa gli avrebbe fatto capire che cosa avrebbe dovuto fare da grande. C'è un giudizio che Goethe esprime su August che mi pare significativo. L'intonazione è scherzosa, ma forse tradisce la sfiducia verso il figlio. Magari non voleva esternarla, ma essa è tanto forte che fa capolino; l'inconscio, alle cui regole neppure il grande Goethe sfugge, la rivela:

Mio figlio crede all'influsso della luna sulla terra.3 
Nonostante tutto, i preparativi fervono. Eckermann si accomiata da Goethe mercoledì 21 aprile1 e l'indomani mattina i due partono alla volta di Frankfurt, prima tappa, dove sono il sabato 242. Da lì scendono in direzione di Venezia, ma il viaggio di August non ricalca quello del genitore.
Egli, infatti, compie una rotta del tutto diversa rispetto a quella paterna, e devia verso Milano, dove i due sono alla fine del mese successivo3. Chissà: forse August vuole compensare con le sue, le esperienze che il padre si era negato. 
Tuttavia, il viaggio che compie, il figlio di Goethe non lo racconterà mai. Durante il suo giro, infatti, August morrà, lasciando quale unica traccia delle sue esperienze turistiche le lettere che con sufficiente frequenza indirizza all'amato padre cui si rivolge sempre con un più che rispettoso Lei.
È un segno dei tempi, dei periodi in cui il padre era, se non padrone, almeno patriarca; se non proprio il paterfamilias cui è la piena potestà sulla vita dei figli, certo genitore sulla cui prole spettava, per l'avergli dato la vita, l'autorità alla quale non ci si curava affatto che si accompagnasse l'autorevolezza.
Erano stagioni in cui la dinamica dei rapporti familiari era cristallizzata all'interno di relazioni standardizzate nella seriosità. Esse venivano rispettate in virtù della tradizione che assicurava la continuità dell'assetto stabilito e dell'ereditarietà che garantiva al figlio di oggi l'essere il padre di domani. Erano rapporti familiari che riproducevano nel microcosmo delle mura domestiche la gerarchia dei rapporti che caratterizzava il mondo più grande della buona alta società germanica che si ispirava, nel suo ambito, al modello prussiano ed al suo modello organizzativo di stampo militare capace di legittimare e supportare con la forza dettata dalla disciplina, l'assetto globale dello stato-società.
A questo paradigma si adatta più che consapevole Goethe, padre fino all'ultimo. Sulla lapide del figlio sepolto a Roma dove era morto nel corso del viaggio, farà scrivere quale identificativo il figlio di Goethe: evidentemente ritiene questa sorta di patronimico (fra l'altro la scritta è in lingua latina) più che sufficiente per far riconoscere il figlio.
Sarà anche per questo che le lettere che August indirizza al padre restano di fatto ignorate fino ai giorni nostri.
Eppure costituiscono un documento interessante, anche per verificare come nello spazio di una generazione, meno di cinquant'anni, si fosse compiuta l'esperienza del Romanticismo. Nella loro lettura si può provare il trapasso da un momento culturale ad un altro nelle diverse figure di due persone, un padre e suo figlio, impegnati nella stesura di un documento dello stesso genere letterario: il resoconto-diario di un viaggio, addirittura compiuto nelle identiche zone.
Romantico era il primo, lo si è detto. Diversamente il secondo appartiene ad un'epoca che, pur conservando i vecchi schemi, è al contempo pronta a superarli. Cerca, infatti, di collocare il proprio vissuto ed il bagaglio esperienziale acquisito, all'interno di una cornice più ampia che sia in grado di includere entro di sé anche il dato umano che si incontra e con cui in qualche modo ci si confronta.
Noi conosciamo ora le lettere per essere state di recente pubblicate, a cura di Andreas Beyer e Gabriele Radecke dall'editore Carl Hanser sotto il titolo di Un viaggio verso il Sud. 
Dalla lettura delle letter - ne abbiamo esaminate in tutto quindici, sette spedite da Genova, otto dalla Spezia - il figlio si presenta già all'inizio in modo affatto diverso rispetto al padre, a cominciare dall'itinerario precselto. 
Goethe, lo si è detto, aveva puntato decisamente su Roma trascurando l'Italia centro-occidentale. August, al contrario, si reca nella Città Eterna, lungo ed ampio soggiorno del padre, ma prima fa tappa dove a Johann non era piaciuto andare ritenendolo forse superfluo e distante dai suoi interessi. 
È per questo che noi abbiamo, di August, le lettere "descrittive" da Genova e successivamente dalla Spezia, che ci permettono di acquisire ulteriori informazioni sulle due città. Non mette piede il giovane - si fa per dire - Goethe nella Riviera di Ponente ché scende giù dal Nord puntando dritto sul capoluogo ligure da Novi1. Viene, lo si appena detto, da Milano dove ha sostato provenendo da Venezia, prima tappa nel Bel Paese.
Le lettere abbracciano un arco di tempo di una quarantina di giorni circa, da martedì 7 luglio 1830 - data d'arrivo a Genova - al successivo giovedì 19 agosto, quando Goethe lascia la Spezia per Livorno. 
È un periodo caldo, questo, in Europa, è l'anno dei moti insurrezionali a Parigi che proprio in quei giorni rovescia i Borboni per portare al potere la Monarchia di luglio.
Che lo stile scrittorio non riecheggi propriamente quello paterno, lo si desume già dalla prima lettera scritta da Genova2.
August descrive il paesaggio ligure, certo ben diverso da quello freddo del nord a cui era abituato, ma non pare che lo stupore della novità lo prenda in misura particolare:

Partimmo alle 4,30 del mattino da Novi... terra fertile ben coltivata... In breve raggiungemmo gole con grandiose rocce di calcare, percorse da profondi terreni boschivi...
Leggendo le prime battute, l'impressione che si fa il lettore è che, tutto sommato, finora il paesaggio non entusiasma Goethe più di tanto. Ci possiamo spiegare la reazione, un po' freddina, con il fatto che quanto vede non è, in fin dei conti, molto dissimile da quello di una campagna tedesca, magari della Renania, o bavarese. 
Per formulare un giudizio, si aspetta allora che lo sguardo del viaggiatore incontri il mare e la costa e il sole, soprattutto. Certo il passeggero è un giovin signore educato in maniera ferrea fin dall'infanzia a mantenere un controllo rigoroso su sentimenti ed espressioni. Sicuramente è capace di autodisciplina nei salotti che frequenta, ma se si esprime, come fa, in una lettera privata, per di più indirizzata al padre che non era stato parco nell'esternare i propri affetti, allora vuol dire che non c'entra solo l'educazione impartita, non è una questione di stile scrittorio, ma qualcosa di più. 
È certo un modo nuovo di approcciare la realtà, di incontrare il mondo, di affrontare l'altro da sé. Lo si esamina con attenzione, si indugia su particolari che meglio lo fanno comprendere. La mentalità che il modo di scrivere ci propone, mi sembra che ricordi maggiormente un anatomista meticoloso che si affida nelle sue ricerche alla pedanteria minuziosa, piuttosto che un pittore entusiasta che intinge il pennello nella tavolozza dai mille colori e li stempera poi tutti sulla tela, incapace di controllare gli effetti e le sensazioni di quanto gli si para davanti agli occhi, per la smania ossessiva di rappresentare se stesso attraverso quello. Ad esempio, questo sentimento lo esemplifica bene Eckermann:

...Sull'alto del Sempione, nel deserto di neve e nebbia... durante il mio posteriore soggiorno in Italia, dove certo nessun giorno passò senza impressioni, senza osservazioni... 
Ma non è proprio questo il temperamento di August, tutt'altro. Il racconto dell'incontro con il mare pare sintomatico nel rivelare questo suo atteggiamento che è davvero rivelatore di un'indole dato che lo ritroviamo in tutti gli altri documenti:

...dinanzi ai nostri occhi si presentò il Mar Mediterraneo. Ci apparve la Lanterna di Genova e dopo pochi minuti godemmo della veduta della città in tutta la sua magnificenza. Fino ad allora non avevamo un'idea esatta dell'Italia. Qui però, dove si trovano enormi aloe sui muri, siepi di oleandri in piena fioritura, piante di aranci, cactus - tutto all'aria aperta - si è presi da un meraviglioso stato d'animo e osservando la città... e il mare, uno rimane sbalordito. 

Non sembra una grande partecipazione emotiva, quella di August. L'unica nota che supera la barriera del dato descrittivo è costituita dalle poche parole dell'inciso - tutto all'aria aperta - che fa ben intendere come August fosse abituato a vedere altre tecniche di coltivazione dei campi che erano imposte da un clima proprio diverso, ed è questa la vera novità che suscita il suo stupore. 
Si diceva prima che questo è un periodo abbastanza convulso in Europa. I Parigini, eterno motore delle cose di casa loro, cacciano il re Borbone Carlo X per insediare al suo posto il cugino Luigi Filippo del ramo cadetto degli Orlèans, tradizionalmente liberal-radicaleggianti. Il Belgio ne approfitta per rendersi indipendente dai Paesi Bassi, protetto dalle armi e dalle affermazioni della Monarchia di luglio che proclama la dottrina del non intervento per fare stare buone le potenze della Santa Alleanza. Di uguale benefica sorte non godranno gli Italiani i cui tentativi insurrezionali vennero repressi nel sangue dalle baionette austriache per l'interpretazione in senso del tutto opposto dell'identico principio. Non potevano certo sapere che quella dottrina la si sarebbe dovuta leggere con il più crudo linguaggio della diplomazia di oggi che a quelle due parole avrebbe certo aggiunto l'aggettivo limitato, come a dire ognuno è padrone a casa sua e nei suoi dintorni - ognuno dei grandi e dei potenti, è ovvio, pare quasi superfluo dirlo.
Ma sono, in ogni caso, avvenimenti importanti che scuotono l'opinione pubblica tutta, quella orientata in un senso e pure quella che guarda nell'altra direzione, perché si capisce che quanto è successo è davvero qualcosa di grosso, che si è in presenza di un tornante storico che cambia le cose e l'esistente.
Eppure, anche di fronte alla portata di questo avvenimento, August continua nel suo stile e non pare scomporsi più di tanto:

...[scrive dalla Spezia] Oggi, da un giornale genovese, abbiamo saputo degli ultimi avvenimenti a Parigi del 27 luglio.1 

Le notizie ci mettevano un po' per arrivare: i tempi erano quelli. Anche per sapere di cose tanto importanti occorreva evidentemente una diecina di giorni. Poi magari le notizie arrivavano ancora confuse, anche perché la situazione sarà stata poco chiara. Forse neppure il giornalista, il corrispondente dalle barricate, sarà riuscito sulle prime a farsi un'idea precisa della situazione, non ce l'avrà fatta a capire fino in fondo la portata delle cose e degli avvenimenti che si stavano verificando nelle stradine di Parigi. Non ci si metteva niente ad intasarle, non c'erano ancora i bei boulevards ampi e spaziosi con cui il Barone Haussman non molto tempo dopo avrebbe disegnato la Ville Lumière, bella e moderna che proprio in virtù di quel riassetto strutturale sarebbe stato poi impossibile bloccare.
Se le strade erano ostruite, possiamo anche pensare per analogia che lo fosse un po' anche l'articolo che così non riusciva a rendere chiara i fatti e la loro importanza. Difatti August, dopo quel breve accenno, passa immediatamente a parlare d'altro che evidentemente giudica maggiormente importante:
Devo far notare che il luogo dove mi trovo si scrive e si stampa in modi diversi: Spetia, ma anche Spezia, generalmente, però La Spezzia.1 [sic! Ma anche la punteggiatura lascia un po' a desiderare] La città, quattromila abitanti, è particolarmente bella, con strade asfaltate con lastre di marmo e rimangono particolarmente pulite.

Che bello! Sta cambiando il mondo, c'è il pericolo che il continente ritorni nelle fiamme della guerra, ci si prepara a grandi sommovimenti dopo i quali l'Europa non sarebbe stata più lo stessa e il giovane intellettuale germanico non si perita a farne una parola con il padre, che so, un commento, una domanda, una frase qualsiasi a suscitare, nella risposta, la spiegazione dell'illustre maître a penser che lo illumini su quanto sta accadendo. L'assenza di qualsivoglia tipo di nota si potrebbe anche spiegare come una forma di rispetto nei confronti dell'anziano genitore; tuttavia, con maggiore probabilità, si è portati ad immaginare una forma di disattenzione sbadata (diciamo così, con un eufemismo) nei confronti di quanto stava succedendo.
Basti solo pensare a quello che al proposito Eckermann scrive a Goethe fornendoci, fra l'altro, notizia di carattere più generale davvero interessanti. Per motivi che poi meglio vedremo, si è separato da August per tornare in Germania. Dopo un po' di tempo che non aveva inviato missive a Weimar, scrive da Ginevra domenica 12 settembre2. Fra le altre cose, riferisce a Goethe di essere arrivato a Torino domenica 25 luglio dove trova

...un albergo pieno di Inglesi profughi da Parigi, i quali, testimoni oculari degli avvenimenti, avevano molto da raccontare. Ella può ben immaginare, che impressione fece su di me, per la prima volta, apprendere quegli avvenimenti, che facevano tremare il mondo, con quale interesse mi misi a leggere i giornali, che in Piemonte erano stati soppressi, e con quale avidità ascoltassi alla table d'hôtel i racconti... e le discussioni e i contrasti dei politicanti... si cercava di prevedere le conseguenze che sarebbero potute derivare per il resto d'Europa, da così grandi e mondiali avvenimenti...

Insomma, siamo di fronte da una situazione internazionale grave, pericolosa, piena di incognite, dinnanzi alla quale il mondo resta con il fiato sospeso, tutti sono preoccupati per il futuro che si fa drammaticamente incerto, e August, invece, si mette a parlare del nome della città che lo ospita da poco più di una settimana. 
Tuttavia, a noi, che sappiamo tutto, o quasi, della Monarchia di luglio, fa piacere che il giovane Goethe apprezzi questa nostra città, allora solo cittadina. Diciamoci la verità: osservando lo stato di pulizia delle nostre strade, viene da invidiare quei nostri compaesani, pur non rilevanti nel numero, di centosettanta e passa anni fa le cui vie erano tutte belle pulite e linde con una lastricatura in marmo che, se a prima vista sembra un po' improbabile come l'aggettivo asfaltate che precede, può trovare una spiegazione nelle pagine di uno storico spezzino quasi contemporaneo:

Nel 1823-24, facevasi con tacchi [piccole pietre squadrate che rialzavano la strada battuta: quasi, diremmo oggi, dei sampietrini] di pietra arenaria, il pavimento della Via del Prione fra la porta di Genova [Museo Diocesano] alla porta della Marina [dove via Cavallotti, incrociando la via del Prione, dà su piazza Mentana]; e quindi vennero, in varie distanti riprese, selciate su quel disegno e colla stessa pietra arenaria, le altre vie della città.1
Se è il selciato in arenaria a dare l'impressione che il rivestimento sia altolocato, viene anche da chiedersi quanto il nitore urbano di allora discendesse dalla bontà professionale degli operatori ecologici di quei tempi, o se dipendesse anche da altri fattori quale, primo fra tutti, il rispetto che gli abitanti portano per il luogo che abitano. In virtù di un simile atteggiamento, questo non impiega molto per divenire terra madre; quelli, eccoli cittadini coscienti e consapevoli dell'area che abitano. La condizione è cominciare già subito dalle tante piccole cose di ogni giorno, in mancanza delle quali è impensabile immaginare qualsiasi decollo verso i traguardi che non c'è chi non vorrebbe conseguire.
Il clamore suscitato dai fatti francesi era comunque non poco e August ci torna sopra qualche giorno dopo, in una lettera della domenica 15, pieno Ferragosto:

Mi assalgono certi pensieri allorché penso agli ultimi avvenimenti in Francia: è facilmente comprensibile. 

Sono cose grosse, l'abbiamo già detto; il mondo cambia, non si può non andarci con il pensiero e con la penna, ma ci si sbriga con poche parole. Sembra quasi che il commento sia un dovere, un obbligo che non si può fare a meno di assolvere. Ma è solo l'onore della firma a salvarsi, non la capacità di esprimere considerazioni che superino il breve impatto emotivo per assurgere ad un livello di analisi, seppur modesto, anche sommario.
Anche Johann, il padre, si era trovato di fronte a situazioni oggettivamente sconvolgenti come la Rivoluzione francese e Napoleone, di cui la sommossa di luglio è un ultimo atto. È uno scrittore di corte, pur nella sua grandezza, non esprime un suo commento preciso. Eppure, delle considerazioni le compie. Media, infatti, le contraddizione del suo status per cui non può essere engagé, salendo ad un livello superiore che analizza il problema dell'autonomia del pensiero, che i Lumi avevano posto in primo piano. Si interroga sulla dialettica fra libertà e necessità, fra privato e politico, con cui l'uomo si confronta lungo un percorso che, se fruttuoso, conduce in vista della maturità.
Così, di fronte alle manifestazioni della natura ed alla sua meraviglia, anche se talora è orrida, metafora delle situazioni reali, la reazione di Johann vibra acuta, come poche parole del Werther testimoniano in maniera efficace:1

...Ciò che mi spezza il cuore è la forza distruttrice nascosta nell'immensità della natura, che nessuna cosa ha creato, che non debba a sua volta distruggere quella vicina a se stessa. Così vacillo, preso dall'angoscia!
Diciamo cosa ovvia: il DNA trasmette tante informazioni genetiche, ma la capacità di essere intellettuale, cioè ad un tempo interprete e punto di riferimento di un periodo, evidentemente non è compresa all'interno dell'albero elicoidale che è nella corteccia di ogni uomo. Tramanda caratteri che si perpetuano da genitori a figli intrecciandosi in continuo tourbillon e creando nelle varie generazioni combinazioni tanto impensabili quanto variegate nel tempo, eppure è stato ben difficile che qualche Grande abbia avuto figli pari a sé, e se ciò è successo il fatto è stato più che raro, quasi unico.
Ci sarà pure un motivo per cui i nostri figli, almeno in qualche cosa, non sono come noi, o, almeno, come noi li vorremmo. Un giorno, chissà, forse la troveranno quella spiegazione, ma, per ora, non si può che registrare che questo fatto si verificava anche fra Johann e August. Il figlio senza dubbio si rivela più interessante nelle notazioni che, da viaggiatore, scrive di fronte a fenomeni per lui del tutto nuovi ed inconsueti.
Che il panorama che incontra sia per lui del tutto originale ed inconsueto, lo si capisce bene già dalle lettere-resoconto che invia da Genova, sua prima tappa del tour italiano:

...Case di otto piani, vicoli molto stretti. Poi si arriva al mare. Con il vento forte, le onde erano tanto alte che spruzzavano la mia finestra: uno spettacolo che non ci si stanca di osservare per ore.1 

Gli si para davanti evidentemente uno show completamente nuovo. Mi sembra che a proposito di queste brevi righe si possa parlare di due sentimenti proprio antitetici. 
C'è il fascino delle onde salse di cui non ci si cura quanto bagnino tanta è l'emozione dell'insolito.
Invece, al carugiu, caratteristica tutta ligure dell'architettura urbana e della sua stratificazione viaria, Goethe lancia uno sguardo disattento.
Forse, a ben vedere, a leggere con la pignoleria di chi vuol cercare a tutti i costi il pelo nell'uovo, si intravede qualche limitata traccia anche di disistima. Non è esternata, non si fa palese, ma è poi tanto difficile avvertirla in quelle poche parole? Assommano, quei vocaboli, ad una diecina nella traduzione italiana; sono verosimilmente ancora inferiori di numero nell'originale tedesco, lingua che accorpa più parole fino all'impronunciabilità per rappresentare il concetto che le fa comuni.
Evidentemente il paesaggio urbano di Weimar proponeva uno veduta differente, forse le città tedesche si avviavano già, nella prima metà del XVIII secolo alla razionalità architettonica che sarebbe stata propria del successivo periodo, ma il carugiu, il suo fascino, come non sentirlo?
È la stradina stretta che si inerpica verso l'alto dalle falde che il mare arriva a lambire, stretta, compressa quasi fra due fila parallele di mura di case, dove la necessità della difesa ben si accoppia all'esigenza di risparmiare spazio. A stento ci può passare il carretto che dà il nome a quella minima arteria viaria, eppure è lì, in quello spazio angusto, che vive l'umanità che il carugiu comprende. Odori e suoni si mescolano e si affollano facendosi fragranze che profumano la dinamica della vita che sale e scende i ciottoli che lastricano la stradina arrampicandosi senza mai provare fatica. È una strada che vive e che pulsa passioni; ci puoi contare le sue emozioni, i suoi sentimenti: amore e odio, amicizia e ostilità, dolore e gioia, vita e morte, miseria e..., questo è stato che, a differenza degli altri, nel carugiu non conosce contrario. Alla miseria è difficile trovare alternativa, sempre e dovunque, ma nel carugiu è condizione endemica che, pur nelle differenze che inevitabilmente ci sono, tutti i suoi abitanti affratella e accomuna.
Ci vedi le donne che sedute sulle careghe dal sedile di paglia intrecciata, ma ormai sdrucita e spelacchiata, chiacchierano vicende proprie e altrui, intente, che so, a deliscare o a snocciolare i fagioli fuori dai loro gusci.
In quelle conversazioni la cantilena del dialetto supera il confine dell'informazione per farsi pettegolezzo. Non è maldicenza, non è solo l'arte di trovare nei guai foresti un sollievo alla disperazione propria. È anche partecipare in qualche misura alle difficoltà altrui (economiche, sentimentali, familiari e quant'altro) che in questo modo strano diventano possesso della collettività. Incapace di risolvere un momento problematico di un suo membro in altro modo, lo esorcizza nella chiacchiera, nella diceria che può anche storpiare la realtà. Può essere una situazione difficile, la sua deformazione ha come scopo quella di renderla a misura di chi la subisce ché una soluzione sia più agevole da ritrovarsi, o che si possa almeno pensare che sia a portata di mano. In fin dei conti è un sollievo intellettuale che lenisce lo stato di sofferenza reale.
Un grande saggio ha scritto che l'oblio è la forma più profonda di memoria. Se questo è vero, come negare che anche la maldicenza, pur maligna, a suo modo, in qualche misura, può anche essere una rappresentazione di partecipazione affettiva alla condizione dell'altro da sé? In qualche maniera quello viene abbracciato, in via metaforica, con la simpatia, il moto intellettuale che fa propri i sentimenti dell'altro.
Il modo ottimale per manifestare avversione per chi non ci pare particolarmente amico, non dimentichiamolo, è ignorarlo, annullare nella voluta dimenticanza chi ci è avverso cancellandolo (almeno nella nostra mente) dall'esistere.
Così, almeno a me sembra che questo sia il senso della vita nel carugietu, delle sue chiacchiere, delle sue dicerie: il microcosmo di una collettività che nel suo acciottolato angusto ed incassato trova e consolida la sua unità per l'appartenenza a quel borgo stretto ed erto.
Goethe non sente tutto questo, non avverte il fascino che pure cattura tanti suoi connazionali anche oggi che si fermano a guardarsi attorno mentre salgono i carugi delle contrade liguri, che so?, di Portovenere, per fare un nome, e cercano di capire, impossessarsi, fare propria, quell'atmosfera che si porteranno poi dietro nel viaggio di ritorno: insieme ricordo e memoria e souvenir, il fenomeno unico che accomuna un fatto sentimentale, dell'intelletto e che viene da sotto, dal profondo.
Invece, sembra quasi che August non riesca proprio a comprendere appieno, fino in fondo, quello che vede.
Le chiese della Liguria presentano un minimo comun denominatore nella loro forma compositiva. Lo stile architettonico può anche divergere, di poco o in maniera maggiormente visibile, ma, come un marchio di fabbrica che faccia riconoscere da lontano il prodotto, ci sono le fasce di marmo chiaro e scuro che, in ampie bande orizzontali alternate, rivestono i quattro lati dell'edificio. È il logo di un prodotto DOC.
La ragione è chiara: si costruisce con quello che si ha a disposizione, che è sotto mano, non essendoci, tutto sommato, disponibilità finanziarie che permettano di accedere a materiali che, provenendo da lontano, hanno costi chiaramente più alti rispetto al prodotto nostrano. 
Goethe sembra, tuttavia, non comprendere appieno la situazione. Certo, la cattedrale gotica che tanto ci affascina - a Colonia, a Norimberga, a Monaco - e che doveva costituire per lui panorama consueto, non è il romanico tanto frequente dalle nostre parti. 
Capire un'architettura significa, prima di tutto, comprendere quanti la hanno immaginata, prima, e realizzata, dopo. Si devono afferrare tanto il percorso intellettuale di una collettività che ha portato ad ideare costruzioni con un lavorio che, per il suo essere sociale, si fa cultura, quanto le soluzioni tecniche e tecnologiche che traducono la consapevolezza di quell'ensemble sociale in opera finita. 
È questo il senso delle fabbriche che, dalla cattedrale svettante guglie, pinnacoli e doccioni alla modesta chiesina di campagna ad una sola navata, sono testimonianze della presenza viva e vivifica di un insieme umano che ritrova la sua coesione in un proprio prodotto che lo rappresenta nella sua integrale interezza.
Se non pretendo che queste mie affermazioni siano condivisibili, non mi pare tuttavia che August sia molto in sintonia con esse, almeno a giudicare da quello che scrive a proposito del Duomo di Genova.

...è un edificio strano, perché sembra la giacca di un buffone, in quanto ha una pietra in marmo nero, un'altra in marmo bianco. Uno stile che non mi permesso di stabilire l'epoca nella quale è stato innalzato..1 

In verità, quello che pare desti maggiormente il suo interesse sono altre cose, più concrete nella loro materialità. Al cor non si comanda, recita un vecchio detto, ma August sembra che il cuore l'abbia collocato all'interno dello stomaco:
...[dopo il Duomo] ho notato un vecchio edificio, pieno di fuliggine... Era il palazzo Ducale... un cortile meraviglioso. Tutto in marmo bianco. La cosa principale è la grande sala... In questo labirinto mi venne voglia di andare in un'osteria. Cercai... il mercato del pesce... vi era pure una buona bettola, dove tranquillamente si assiepavano marinai e lazzaroni [con questo nome si indicavano i lavoratori stagionali e i mendicanti]. Sono stato servito bene: 50 ostriche, buon vino, pesce ottimo, posate d'argento massiccio... Il tutto è costato 8 groschen [soldi].

La cucina, ecco la cosa che colpisce, che fa diventare preziose anche le posate di una taverna da quattro soldi. Ancora meglio se il pranzo costa pochi spiccioli. Il turismo, da sempre, più dei monumenti e dei panorami, l'ha fatto il cambio delle valute. Se la moneta del foresto è forte, è inevitabile che il mare gli diventi più blu ed il cielo si faccia più celeste ed è difficile che del tutto si abbia un'impressione spiacevole. Quando poi la pancia è satolla, viene da chiedersi, ma che cosa si può volere di più? Così il nostro August se ne va a spasso per Genova, ammira il Teatro Nuovo (il "Carlo Felice") - un colosso di marmo del miglior stile - e si avvia verso il porto dove stanno entrando due navi da guerra statunitensi e dove stazionano almeno duecento navi mercantili. 
A questo punto la passeggiata ha termine:

...arrivammo a casa e dopo un paio di bicchieri di vino, a letto.

La ragione del suo atteggiamento mi pare risiedere nel fatto che l'approccio che August attiva nei confronti dei fenomeni nuovi è, più che intellettuale, ludico; forse, anzi, è solo quasi esclusivamente di questo tipo.
Ce lo rivela in due lettere consecutive1 in cui narra al padre il suo primo contatto con il salino del mare Ligure.
È la prima volta che prova la sensazione dell'abbandono nel bagno in mare, acqua tanto diversa da quella del fiume e del lago a cui è certo abituato. Infatti, non pare provare il disagio del novizio nel momento del tuffo, ma la novità pare intuibile da un elemento diverso: il nome con cui August indica il mezzo con cui si inoltra in mare.
Ricorre infatti al termine gondola. Non si vale del termine barca, o imbarcazione, non fa uso, che so, di gozzo o lancia. Evidentemente, per lui, la barca italiana non può essere che una gondola, il modello veneziano è così noto in tutto il mondo che serve per designare qualsiasi cosa italiana che galleggi sull'acqua. 
La rappresentazione oleografica che deforma l'aspetto caratteristico di un posto per farlo assurgere a simbolo di quella località, non è fenomeno solo dei nostri giorni. Funziona così. Viviamo di concetti standard, di luoghi comuni che massificano secondo l'appiattimento sul cliché, anche a livello geografico. 
Quando diciamo siciliano, non pensiamo forse, subito ed istintivamente, ai baffoni e alla mafia e napoletano non è pizza e mandolino?
Nello stesso modo, August, quando pensava nel suo idioma ad una barke, ma scrivendo voleva adoperare un vocabolo della lingua del Paese che lo stava ospitando, non poteva tradurre altrimenti che facendo ricorso a gondola, trascurando i non pochi ovvi particolari che differenziano la tipica imbarcazione della laguna dal legno ligure: più affilato, più agile, più idoneo ad affrontare le onde del mare aperto per cui è appositamente costruito. 
È evidente che non è un esperto, la differenza per lui consistendo unicamente nella tinta del fasciame, ma qua vale ribadire quanto il modello stereotipato si imponga quale paradigma: nel nostro caso, di ogni cosa costruita con un buon albero che non vada a fondo. 
Diciamolo ancora: quando August pensa ad una barca italiana, non può chiamarla in altro modo se non gondola. Il modello veneziano è così diffuso e forte che si impone come archetipo per tutte le imbarcazioni che navigano lungo le coste dello Stivale.

Per la prima volta ho fatto il bagno in mare... una gondola (non nera) porta al largo... Io sono sceso fino all'ultimo [gradino di una scaletta] mi sono tenuto e mi sono abbandonato alle onde... Avevo... una bottiglia di vino e un limone. Da una barca di pescatori ho preso 50 ostriche fresche e le ho mangiate con la camicia al vento. Ero allegro [potrebbe essere diversamente ché, è noto, l'acqua salata non annacqua la bottiglia, anzi ne incrementa il consumo]... Sono quasi tutti nudi e quindi non ho avuto soggezione a presentarmi così anch'io...

Nella lettera spedita la domenica successiva la situazione non cambia, anzi:
...da tutte le parti si presentarono uomini nudi e presero il bagno... sembravano selvaggi dell'ultimo Moikan.... Eleganti signore passeggiavano sul terrapieno...

Al solito Eckermann1 ci attesta che August provava grande interesse per Unkas, il principe mohicano creato dalla penna di James Fenimore Cooper, uno scrittore che, seppure pubblicato da non molto, godeva dell'attenzione di un vasto pubblico2:

[Goethe sta leggendo a Eckermann in anteprima la scena della carta moneta, nel nuovo Faust, quando] ...il figlio di Goethe entrò e si mise a tavola con noi. Ci raccontò dell'ultimo romanzo di Cooper, che aveva letto, e intorno cui riferì ottimamente, con la solita chiarezza.1

Forse la nudità che colpisce così tanto August va un pochino ridimensionata. Non mi pare plausibile che gli uomini nuotassero come madre natura li aveva fatti avendo davanti a sé il passeggio di belle donne ben vestite. Il corpo senza veli era per August forse il solo torso nudo con i calzoni a mezza gamba, quelli a cui ricorriamo ancora oggi per essere alla moda e che chiamiamo "alla pescatora". Il fatto che rimarchi così il termine - nudità - è spia di quanto fosse pruriginosa l'etica dell'ambiente socialmente elevato, aristocratico ed alto-borghese, della corte di Weimar in cui il giovane Goethe era cresciuto. Da qui, si può anche intuire quale fosse il concetto allora corrente di morale. Il corpo, che ai giorni nostri viene più che esibito, ostentato, allora doveva essere necessariamente ricoperto da qualche indumento sì che nessun pezzetto di pelle impuro restasse allo scoperto. Vien proprio da dire che da allora ne abbiamo fatta di strada, vedendo i sentieri che camminiamo oggi lastricati da calendari tutti con i loro seni, cosce, glutei rigorosamente belli, perfetti e - ma occorre dirlo? - nudi, privati persino del più piccolo peluzzino ché non venga intaccata la visione integrale del corpo. 
August, comunque, in qualche modo doveva essere, felicemente s'intende, sconvolto se, dopo aver fatto riferimento alle signore, si affretta a dire

...Bisogna cercare di tenere la testa a posto. Tutto è, qui, così naturale che si è tentati di spogliarsi...

In quest'ultima frase, a ben vedere, si avverte il segno dei tempi. Si sente come persista nel post-romantico Goethe il mito del buon selvaggio che vive nello stato di natura. Dall'illuminismo di Rousseau a Cooper appunto, ai preromantici ed ai loro più tardi epigoni, correva l'esaltazione di quanto fossero felici i bravi e buoni indigeni. L'idea corrente era che vivessero in uno stato di natura, beato e benedetto in quanto privo di orpelli artificiosi e incrostazioni artificiali, il fardello, cioè, che la società ha imposto agli uomini cosiddetti civili, privandoli dello stato felice e naif dei loro antenati.
Il mito del buon selvaggio percorre una buona parte della cultura di quei periodi, fino a diventare un topos, un luogo comune. È un fatto anche comprensibile, anche se non pienamente condivisibile: erano tante ancora le cose e le situazioni sconosciute e inesplorate che, nella ristrettezza dei tempi, anche alla fine Settecento veniva spontaneo immaginarsi una condizione beata dell'esistenza.
Se si ripensa un pochino alla storia delle idee che hanno fatto il mondo, viene da dire che gli uomini, a ben vedere, delusi o solo scocciati dal tipo di vita condotto, hanno ipotizzato nell'immaginario della fantasia (gran dono di natura, sollievo all'asprezza del reale !) uno stato mitico ed ipotetico di felicità. Gli han dato tanti nomi nel corso dei secoli. 
L'hanno chiamato età dell'oro, i classici; è giardino dell'Eden per il libro che vanta il maggior numero di traduzioni al mondo; per molti è il Regno Celeste. Nel Cinquecento è stato la Città del Sole, prima ancora lo stato perfetto si identificava con la Civitate di Dio, molto tempo dopo sarebbe stato l'Ordine Nuovo della Città Futura. Ci siamo sempre immaginati una condizione ideale rispetto a quella esistente: evoluta, da costruirsi; perduta, da ricercarsi.
Quelli come August appartenevano a questa seconda categoria. La mia impressione è che l'idea di ritrovare lo stato perfetto nel non civilizzato, o più semplicemente nel diverso da noi, è continuata e pure noi la coltiviamo.
Mi pare, infatti, che anche la nostra società ricca ed opulenta insegua ancora quell'aspirazione. La celebra quando, facendo la felicità degli operatori di settore, ci affrettiamo verso lidi esotici, nomi da favola, riviere da mille e una notte. È ovvio: concorre il desiderio di staccare la spina, ma, con quello, è presente la volontà di una full immersion in una condizione di vita che nella fantasia ci rappresentiamo, per il semplice fatto di essere differente dalla nostra, assai prossima allo stato primigenio della felicità dettata dalla natura da cui agi e conforts vari ci hanno inesorabilmente allontanato. Salvo poi accorgersi che il panorama che abbiamo trovato fra le palme e le spiagge dorate è una finzione. Riproduce i cliché da cui per una settimana siamo venuti via e li segue in maniera abbastanza pedissequa: è il canalone dell'omologazione collettiva che oggi abbiamo imparato a chiamare globalizzazione, ma la cui origine intellettuale è assai più distante nel tempo.
Tutta la questione, come nel caso del conto che il taverniere presenta ad August alla bettola di soli otto groschen, pochi spiccioli, si risolve poi in una banalità infinitesimale: il cambio della valuta che, avvantaggiando l'uno, sfavorisce l'altro relegandolo al gradino inferiore, anche se vive nello stato della felicità naturale
Poi, dopo, forse, insieme alla scoperta di avere inseguito un'illusione, ci si rende conto che l'età dell'oro la si raggiunge quando, e se, ci liberiamo dalle pastoie formali che ci inibiscono e ci formattano tutti eguali.
Anche August, ma chi può dirlo con certezza?, si è reso conto di avere toccato l'età beata quando ha compiuto il gesto, inaudito per lui, signorino ben educato, di togliersi la camicia per sguazzare nell'acqua felice e contento con tutti quei bravi marinai e pescatori della Lanterna che, con il loro esempio, gli avevano dato l'impulso che l'aveva reso libero.
Lì, in quei non molti attimi del breve pomeriggio, August, anche magari con l'ausilio di un bicchierozzo di buon vino, aveva raggiunto la sua età dell'oro. Forse avrà anche detto, memore dell'augusto genitore, Attimo, fermati!
Lì, ha trovato la soluzione al problema che ha reso grande nei secoli il padre: in che modo far convergere quelle due parallele che sono la necessità che crea il dovere obbligando, e la libertà che origina il piacere emancipando. 
Se ne sarà reso conto il figlio di avere, fra le onde del mar Ligure, risolto nella pratica il problema che nella teoria aveva assillato per tutta la vita il padre? 
Speriamo di sì perché, altrimenti, la sua dannazione eterna sarebbe stata, come per tanti degli uomini di ogni epoca, il non essersene accorto avendo così perso l'occasione, non unica, certo rara, del pieno godimento dell'attimo felice.


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