In via
Caffaro 35, a Genova, una lapide ricorda la nascita di Ceccardo
Rooccatagliata-Ceccardi, qui avvenuta nel 1871. Ma anche nello spezzino, in
quest'estremo lembo di Liguria che s'avvince alla terra e alla storia
toscana, non mancano le sobrie tracce del suo passaggio umano e poetico: a
Ortonovo, paese d'origine per parte materna, ai giardini pubblici del
capoluogo dove troneggia un suo aulico busto e a perpendicolo di via Don
Minzoni dove di fronte alla sede dell'Unione Industriali corre la breve
traversa a lui dedicata. Ma la traccia forse più nota si trova sulla lapide
marmorea affissa sopra gli archi del portico della Casa Bianca, a San
Terenzo: è stata dettata da Ceccardo, infatti, l'epigrafe che ricorda la
scomparsa del poeta inglese Shelley:
"Da questo portico in cui s'abbatteva
L'antica ombra di un leccio
Il luglio del MDCCCXXII
Mary Godwin e Jane Williams
Attesero con lagrimante ansia
PERCY BYSSHE SHELLEY
Che da Livorno su fragil legno veleggiando
Era approdato per improvvisa fortuna
Au silenzi de le isole Elisee
O benedette spiagge
Ove l'amore, la libertà, i sogni
Non hanno catene"
Correva l'anno 4907 quando fu apposta questa targa, che ancora oggi
costituisce il miglior biglietto da visita del Golfo dei Poeti, ma la scelta
del testo non fu né rapida né indolore. Narrano le cronache locali di uno
scontro acceso fra Ceccardo e Paolo Mantegazza, presidente del comitato
onoranze nonché autore di un altro più modesto epitaffio. E questo non fu
che uno degli episodi di cui Ceccardo fu protagonista. A lungo difatti la
fama del poeta fu più legata alla sua personalità stravagante, al suo
carattere irruento, alla sua vita vagabonda che alla conoscenza dei suoi
versi.
Così, maudit, ce lo presenta anche Montale, che indubbiamente ne subì il
fascino artistico e umano:
"Sotto quest'umido arco dormì talora Ceccardo.
Partì come un merciaio di Lungiana
lasciandosi macerie a tergo.
Si piacque d'ombre di pioppi, di fiori di cardo.
Lui non recava gingilli: soltanto un tremulo verso
portò alla gente lontana
e il meraviglioso suo gergo.
Andò per gran cammino. Finché cadde riverso." (1)
Questi versi, particolarmente emblematici, sono stati posti subito dopo il
frontespizio da più d'uno dei curatori critici del corpus ceccardiano; né
alla citazione ha rinunciato Giuseppe Marcenaro che, fra gli ultimi in
ordine di tempo, ha curato una scelta antologica del poeta per le edizioni
Diabasis con il dichiarato scopo di presentare il Ceccardo "che ha letto e
amato Swimburne, Keats, Whitman, de Lisle, Verlaine e Rimbaud (...) ha
cercato di ogliere e far proprio il paesaggio della sua terra e il
sentimento del suo tempo." (2)
In effetti, sino ad oggi, si sono avute varie edizioni dell'opera omnia che
difficilmente potevano far risaltare e porre nella giusta luce le più
autentiche espressioni del genio di questo poeta in cui "si possono
rinvenire i fermenti e i suoni che avrebbero aperto alla grande avventura
novecentesca italiana; così da poterlo collocare con merito, criticamente
precisato, nel piccolo numero di poeti che alla splendida stagione hanno
dischiuso le possibilità espressive."
A questo obiettivo ha teso Marcenaro, pienamente centrandolo a nostro
parere, e a questo stesso obiettivo tende la tavola rotonda su Ceccardo
organizzata nell'ambito della settima edizione del premio letterario "Lerici
Golfo dei Poeti".
Ceccardo Roccatagliata-Ceccardi è nato dunque a Genova il 6 gennaio 1871 da
Lazzaro Roccatagliata e da Giovanna Ceccardi, originaria di Ortonovo: in
onore di quest'ultima, donna sensibile e amante dell'arte cui egli dovrà
tantissimo della sua formazione, il poeta assumerà il doppio cognome
destinato a consegnarlo alla storia delle lettere.
A Ortonovo Ceccardo trascorse gran parte dell'infanzia e della giovinezza,
facendo le sue prime esperienze letterarie al liceo "Pellegrino Rossi" di
Massa che vantava insegnanti del calibro di Severino Ferrari e dove aveva
appena insegnato anche un giovane docente destinato presto a farsi
conoscere: Giovanni Pascoli. Da qui passò all'"A. Doria" di Genova e in
seguito al corso di notariato presso la facoltà di giurisprudenza
dell'ateneo genovese. Aveva frattanto pubblicato le sue prime poesie su "Il
Manicomio" di Parma e la prima prosa sulla "Gazzetta del Popolo della
Domenica" di Torino.
Dispensato dal servizio militare per i postumi di un tentativo di suicidio
(si era sparato al cuore per una delusione amorosa) cominciò una vita
scapestrata nel '92 quando, con la morte della madre, precipitava del tutto
la già dissestata situazione economica della famiglia. Frequentava il
circolo "Bohème" di Vico Paglia, collaborando con novelle di stampo
verghiano al quotidiano politico "L'Elettrico". Nel '94 pubblicò il saggio
Dai paesi dell'anarchia. Impressioni sui moti del 1894 nel Garrarese,
immediatamente sequestrato e solo recentemente riproposto in raffinata veste
editoriale ed in soli 99 esemplari per iniziativa di Luciano Fava.
L'anno successivo uscì a Milano presso Carlo Aliprandi il Libro dei
frammenti e l'anno dopo ancora Ceccardo assunse la direzione di un periodico
carrarese di tendenze repubblicane, "Lo Svegliarino", al quale collaborò
anche suo fratello Luigi. Intanto altri avvenimenti segnavano in profondità
la sua vita: un altro infelice amore, quello per Gemma Catalani da Fivizzano,
la fuga del fratello nella Legione Straniera e la morte del padre, forse
suicida. Aveva però nel frattempo conosciuto a Genova Francesca Giovannetti,
originaria di Sant'Andrea Pelago, che sposò nel 1904; nel 1902 nacque il
loro unico figlio,Tristano, che, infelice di nome e di fatto, morirà
trentenne, pochi anni dopo la scomparsa di entrambi i genitori.
Fra gli alti e bassi dell'attività giornalistica, Ceccardo diede alle stampe
Il Viandante. Quindi a Sarzana l'ode Il principe di Roma per salutare la
nascita del futuro Umberto Il e a Lucca Apua Mater che è senz'altro la sua
opera più famosa, fondando nello stesso tempo il cenacolo "Repubblica di
Apua ". Nel Libro d'oro di Apua, autoproclamandosi generale, attribuì agli
aderenti singolari cariche; fra gli altri ricordiamo Lorenzo Viani, grande
aiutante, Ubaldo Formentini, ammiraglio, Alceste De Ambris, condottiero,
Luigi Campolonghi, grande console di Francia, Giuseppe Ungaretti, console
d'Egitto, Giorgio Brissimisakis, console dell'isola di Creta, Moses Lovy,
console di Tunisi e Enrico Pea, sacerdote degli scongiuri.
Ma le costanti ristrettezze finanziarie furono la causa di una grave crisi
matrimoniale, per cui la moglie ed il figlio se ne ritornarono nel modenese,
a Sant'Andrea Pelago. La riconciliazione avvenne nel 1907, lo stesso anno
della celebrazione di Dante a Mulazzo e di Shelley al teatro "Goldoni" di
Lerici con l'intervento "Il poeta del liberata mondo". Il Comune di Genova
gli affidò quindi la traduzione dal latino degli Anuali del Caffaro e la
Società Ligure-Apuana gli pubblicò a Empoli i Sonetti e poemi; fuori
commercio il poeta fece poi stampare dalle Arti Grafiche Portici Chiodo
della Spezia una Elegia nuziale per le nozze Mucci-Vandini (1912) con una
xilografia di Edoardo De Albertis. Sempre alla Spezia era stato nel
frattempo nominato segretario del Congresso per la costituzione della nuova
provincia ligure, per cui egli venne a stabilirsi qui con fondate speranze
di esservi nominato bibliotecario della comunale, ma tutto sfumò per un
cambiamento di amministrazione. Quando, nel '14, egli si ammalò seriamente,
a Genova fu aperta dal quotidiano "Il Lavoro" una pubblica sottoscrizione in
suo favore; subì anche un processo, ma fu assolto dall'accusa di
intemperanze contro altri. Frattanto, da convinto interventista, pronunciava
vari discorsi, come quello al Politeania di Viareggio, Per l'ultimo figlio
spirituale di Giuseppe Mazzini, con cui commemorò i volontari caduti per la
libertà della Serbia.
L'attività di vate nazionalista continuò negli anni della grande guerra:
fece un saluto di benvenuto quando, con Viani e Ungaretti, accolse Gabriele
D'Annunzio per il discorso a Quarto presso lo scoglio dei Mille, alla Spezia
pronunciò il focoso intervento "Da Orsini a Oberdan" ripetuto poi a Genova.
Il '18, l'anno della vittoria, iniziò per lui tragicaniente con la morte
della moglie; si accentuò così il suo doloroso distacco dalla realtà:
passava in silenzio e solitudine le giornate sulle panchine di Piazza
Corvetto e le notti nel pubblico dormitorio. Ancora una volta gli amici
genovesi si presero cura di lui e lo sistemarono presso un carbonaio di via
Palestro. Qui, nell'estate dell'anno successivo, fu colto da trombosi
cerebrale e, trasportato in ospedale, si spense senza aver ripreso
conoscenza. Furono rispettate le sue volontà: la sua salma venne cremata e
sull'urna fu incisa la scritta: "Hic constitit viator", qui si è fermato il
viandante. In etfetti, queste tre brevi parole riassumono molto bene
l'immagine di Ceccardo, riecheggiando assieme al titolo di una sua raccolta
di versi la sua figura di poeta e di uomo assieme, inquieta, tormentata,
tesa alla ricerca di qualito di nobile ed eroico potesse dare slancio
all'arte e alla vita.
Indubbiamente, si diceva all'inizio, la fama di maudit, di poeta maledetto,
salvò forse Ceccardo dall'oblio, ma non ce ne ha tramandato l'essenza più
vera, ha consegnato al ricordo il personaggio, così come ce lo hanno
registrato anche certe fotografie, con il dito puntato verso l'alto, il
cipiglio altero, l'aria ispirata, ed eccolo che grida sotto le volte della
galleria Mazzini, eccolo con in mano l'inseparabile cravache, il frustino,
con cui ritmava il passo militaresco, eccolo alla guida del manipoletto
apuano, eccolo autodeclamarsi alla massese "Osteria della Pergola" già
frequentata dal Pascoli, eccolo nei panni emblematici sotto il profilo
biografico e morale del Carrettiere e del Viandante, eccolo apostrofare il
suo prossimo con uno dei suoi "Ella sappia..." come fece durante
l'insegnamento con uno dei suoi presidi: "Ella sappia che io parlo
unicamente per ascoltare il suono della mia voce che si perde nell'aula..."
perdendo, com'è ovvio, assieme anche il posto di lavoro, per l'ennesima
volta.
Ma è arrivato il momento, dicevamo anche, in cui la critica si è impegnata a
focalizzare i suoi rapporti con Sbarbaro e Montale, i rifacimenti dei
simbolisti francesi, l'amore per gli inglesi, a cominciare da quello Shelley
tradotto già da sua madre: insomma, tutto il rapporto vivo e vitale con la
letteratura non solo italiana ma europea.
"Hic constitit viator" e, circolarmente, il discorso non poteva che fare il
punto qui, nel Golfo dei Poeti, fra i poeti d'oggi, affinché si compia
l'augurio e l'invito scolpito sull'epigrafe posta sulh facciata della casa
materna a Ortonovo:
" Qui
Donde scaturì la sua poesia
Ceccardo Roccatagliata Ceccardi
raccolta la sua fretta raminga
Ritorni e posi
Non più fra sconosciuta gente
Né ignoto al borgo dell'antico vanto
E sulla porta avita
Ritrovi benedicente
La madre "
Note
(1) Eugenio Montale, Sotto quest'umido arco dormì talora Ceccardo, in Altri
versi, Mondadori, Milano 1981.
(2) Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, Poesie, a cura di Giuseppe Marcenaro,
Edizioni Diabasis, Reggio Emilia, 1993).
Maria Luisa
Eguez
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