LETTERATURA E CIVILTA' - PRIMO CAPITOLO
 

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LE ORIGINI

1 - Premessa

Indicare, anche in maniera approssimata, il periodo nel quale nacque la lingua italiana è impresa quanto meno azzardata. Essa deriva, infatti, dalla lenta devoluzione del latino, in un processo secolare, cui partecipano molteplici fattori di carattere storico, politico, religioso, etnico oltre che propriamente linguistico. Ne accenneremo in breve per rendere un'idea della complessità del fenomeno e per suggerire i temi del possibile approfondimento della questione, i quali tuttavia trascendono i limiti del presente lavoro.
Allo sfaldarsi dell'impero romano (476) l'Italia e l'Europa restarono aperte all'insediamento delle popolazioni barbariche le quali, per quanto guardassero a Roma ed alla sua mirabile tradizione di lingua, di leggi e di cultura, non poterono impedirne il pratico dissolvimento perché in effetti la grande unità romana era ormai perduta. Vero che la Chiesa ne raccolse e ne conservò l'eredità spirituale, ma a fini che non erano più quelli temporali e terreni, sibbene metatemporali ed ultraterreni come aveva indicato Sant'Agostino con la sua dottrina del trionfo della città di Dio sulle rovine della città umana. Il beneficio dell'opera di conservazione della Chiesa si risentirà a distanza di secoli, nel basso Medioevo; intanto la distruzione dell'unità politica produsse, a partire dal V secolo, l'estinguersi dell'unità linguistica appunto per l'accentuato frammentarietà di razze e di popolazioni, che si alternarono nel dominio delle contrade d'Europa e d'Italia. Il latino aveva già subito una serie considerevole di metamorfosi prima della caduta dell'impero romano, quando la volgata delle colonie militari di popolani e di soldati, parlanti un eloquio certo lontano dalla lingua di Cicerone e di Orazio, estendendosi alle province più periferiche aveva risentito degli influssi dei linguaggi locali; ma la centralità del potere politico e l'uso del latino letterario nella stesura delle leggi, delle disposizioni generali, delle norme regolamentari valide per tutti i cittadini avevano limitato le conseguenze dell'erosione linguistica e difeso la conservazione del latino classico. Quando, invece, tale forma unitaria venne meno, si accelerò il processo di decomposizione della lingua: il latino letterario cadde in definitivo disuso; si affermò il "sermo rusticus, plebeius, cotidianus", il quale lentamente ed inesorabilmente si trasformò in diversi linguaggi. Da essi prenderanno movenza le lingue neo-latine, dette anche romanze, cioè nuovo-latine e romanizzate, che sono sette: francese (lingua d'oil, dalla sua affermazione), provenzale (lingua d'oc), italiano, spagnolo, portoghese, rumeno e ladino.
Inizialmente, l'uso volgato è predominante; perciò abbiamo notato la distinzione tra linguaggi e lingue. Poi, con il nascere dell'attività riflessa, gli uomini avvertono il bisogno della lingua, delle sue strutture, delle sue leggi permanenti; ed essa deriva appunto dal linguaggio, diverso nelle varie regioni d'Europa. Il processo di formazione delle lingue nuovo-latine non è costante. In genere è più rapido ed agevole presso quei popoli che, maggiormente lontani dalla matrice latina comune, sentono meno il vincolo della romanità. Di conseguenza anche le letterature neo-latine non sono coeve. Le prime ad affermarsi sono la francese e la provenzale - delle quali diremo tra breve - destinate ad esercitare una cospicua influenza sulla letteratura italiana ancor fanciulla nel momento in cui esse già toccavano una gagliarda virilità.

2 - La nascita del volgare italiano
Dal quadro appena tracciato è legittimo trarre le seguenti conclusioni: il linguaggio parlato, necessario per le esigenze ordinarie della vita, precede quello scritto e letterario; il volgare italiano, non meno degli altri neo-latini o romanzi, discende dalla decomposizione del latino e ne costituisce una notevole trasformazione linguistico-sintattica; la lingua italiana tarda a manifestarsi nella forma aulica e letteraria in quanto i dotti continuarono - e continueranno per secoli, come vedremo - ad esprimersi in latino mentre il popolo, semplice immediato spontaneo, non aveva necessità di testi scritti per testimoniare la propria vitalità.
Le principali modificazioni del latino nel progressivo passaggio verso la nuova lingua italiana sono rappresentate dalla caduta del genere neutro, dalla comparsa dell'articolo e delle preposizioni articolate, dalla flessione nominale e pronominale mediante gli articoli e le preposizioni articolate invece dei casi e dalla eliminazione della coniugazione passiva del verbo. Anche la metrica perdette l'antico valore quantitativo (sillabe lunghe e brevi in rigorose alternanze testimoniate dalla scansione del verso classico) per il nuovo criterio accentuativo, basato cioè sull'accento delle sillabe della frase poetica.
I più remoti documenti del volgare italiano, importanti sotto il profilo storico, sono la Carta di Capua del 960, la Carta di Sessa Aurunca (963) e quella di Teano (964), cioè del sec. X. In precedenza, si hanno testimonianze a partire dal sec. VI, ma ancora incerte e spurie; successivamente, oltre a qualche iscrizione come quella del Duomo di Ferrara ove si leggeva: "Li mile cento trenta cenque nato / fo questo templo a San Gogio donato / da Glelmo ciptadin per so amore / e mea fo l'opra. Nicolao scolptore" (1135), sono da ricordare il Contrasto bilingue (provenzale e genovese) del trovatore Rambaldo di Vaqueiras (1190), la Cantilena giullaresca in onore di un vescovo di Jesi (1197), il Ritmo bellunese e quello cassinese, i quali però hanno già tutti intonazione letteraria sebbene non si possa parlare di una letteratura italiana prima del sec. XIII.

3 - Influenze letterarie franco-provenzali

Abbiamo più sopra fatto cenno alle letterature francese e provenzale, nonché all'influenza da esse esercitata sulla primitiva letteratura italiana. Questo aspetto, appunto, ci induce ad ampliare un poco il discorso per ricordare i caratteri di quelle letterature e per stabilire i nessi del rapporto loro con la nascente letteratura italiana.
La letteratura in lingua d'oil ebbe prevalente fisionomia epico-eroica. Presentò due famosi cicli, quello carolingio e quello bretone. Il primo, religioso e nazionale, ebbe il suo eroe in Orlando. L'opera di maggiore respiro fu l'omonima Chanson de Roland, che narra la tragica giornata di Roncisvalle e la morte gloriosa del paladino imperiale. Questo ciclo si rifuse nella letteratura franco-veneta, cosiddetta perché composta in un linguaggio composito, misto di voci e forme francesi con altre del dialetto veneto. I principali poemi franco-veneti furono L'entrée de Spagne e La prise di Pampelune di evidente derivazione carolingia. Il secondo ciclo, erotico ed avventuroso, ebbe quale nucleo centrale le imprese del re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda. Le composizioni più importanti furono il Lancillotto e il Tristano, dai nomi dei due personaggi di maggior evidenza. Questo ciclo assunse in seguito spiriti e personaggi cristiani. Esso si trasformò nel ciclo del Santo Graal, dove i cavalieri - primi tra tutti Parsifal e suo figlio Lohengrin - corservavano la tazza del sangue di Cristo.
La letteratura in lingua d'oc ebbe, invece, prevalente fisionomia lirica, feudale ed amorosa. Produsse una poesia aulica, difficile, preziosa, espressa in un linguaggio chiuso, allusivo, estremamente dotto; celebrò l'amore come vassallaggio del poeta verso l'amata, per onorare la quale il poeta escogita forme sempre più complesse di idealizzazione. I maggiori poeti di Provenza furono Bertran de Born, Arnaldo Daniello, Gerard de Borneill e Jaufré Rudel, dapprima imitati in Italia da trovatori e menestrelli, come Sordello di Goito - celebre oggi per l'episodio dedicatogli nel Purgatorio dantesco (canti VI-VIII) ed ai suoi tempi per il Compianto in morte di ser Blacatz - e più tardi da verseggiatori della prima grande "scuola" poetica italiana costituitasi alla corte di Federico II di Svevia, in Sicilia.


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