MADRI SI NASCE? - PRIMO CAPITOLO
 

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La madre

Sfoglio... leggo... consulto: articoli di giornale, libri di storia, di antropologia, di psicologia... imbattendomi in mille variazioni diverse dello stesso vocabolo: “Madre snaturata”... “Madre coraggio” “Madre biologica”... “Madre legale”...
Termini di uso comune, che sentiamo e ripetiamo continuamente, attributi differenti, a volte addirittura contrastanti, tutti riferiti ad uno stesso vocabolo – quasi sempre il primo che abbiamo pronunziato – che non esige spiegazioni.
Si sa, la madre è colei che... e qui mi fermo. Che cosa s’intende con esattezza? Consulto il mio Devoto-Oli che recita: “La donna che ha concepito e partorito”. Molto bene, sintetico e preciso. E poi, estendendo il concetto: “La femmina di un animale in rapporto ai suoi piccoli”.
Forse, approfondendo ancora di più, si potrebbe dire: “Colei dal cui ovulo si sviluppa la nuova creatura”.
Però... questa concezione non è poi così universale come può sembrare. Ad esempio, in certe popolazioni delle isole Trobriand, si crede che i bambini si sviluppino in donne nelle quali gli Dei hanno inserito i germi dei futuri individui; la madre è quindi solo la persona che “custodisce” e poi dà alla luce il nuovo essere, il quale sarà figlio di costei e del di lei fratello.
Tra gli Arapesh della Nuova Guinea, invece, sembra che la “maternità” appartenga sia ai maschi che alle femmine: i genitori sono entrambi artefici del figlio tanto che, quando il piccolo è nato, il padre si stende sul letto vicino alla moglie cioè – dicono i vicini – “si mette in letto ad avere il bambino”. (1)
Allora? La mia curiosità aumenta; la domanda che ora mi punge è diventata: ma quando, come e perché è “nata” LA MADRE?
Parliamo di sesso
Un vecchio proverbio arabo dice:
«Allah non poteva essere dappertutto e così inventò la madre.»
Allora mi chiedo: e prima di questa “invenzione”?
Proviamo allora ad andare molto indietro,a quando la vita era appena sorta sul nostro pianeta, a ripercorrere, come in un romanzo un po’ fantastico, la storia del “crescete e moltiplicatevi”. (2)
Siamo all’inizio dei tempi. La Terra è quasi tutta occupata da un oceano caldo nel quale fluttuano – come piccole gocce animate – minuscoli organismi che prendono il loro nutrimento dal liquido stesso nel quale vivono. Come single, ognuno per proprio conto.
Periodicamente qualcuno “s’immola” a favore della vita e si divide in due parti, e poi ancora in due, e ancora in due... dando origine a tanti “organismi figli” tutti identici tra loro e a chi li ha generati. (Ogni tanto, a dire il vero, come in una catena di montaggio dove talvolta un pezzo risulta irregolare, qualcuno nasceva un po’ diverso.) Si potrebbe dire che ogni individuo ha un solo genitore. E così il popolo dei single cresceva e si moltiplicava.
Di tanto in tanto due single si “scontravano”, si univano e, dopo essersi scambiati un po’ delle proprie sostanze, riprendevano ognuno la propria strada. Una specie di “sesso mordi e fuggi”. (3)
Passa il tempo ed altre novità compaiono sulla Terra: certi individui, dopo essersi incontrati, si uniscono a due a due,mettono insieme le loro sostanze – come in un vero matrimonio con “comunione dei beni” – e danno origine ad un individuo “figlio” che possiede il patrimonio di entrambe i genitori. È forse la prima forma di “cooperazione” della vita. Se l’essenza della sessualità è l’unione di due organismi diversi che danno origine ad un individuo figlio con il patrimonio di entrambe i genitori, allora si può dire che a questo punto “è nata la sessualità” (Non voglio dilungarmi sul perché questa “tecnica” per avere discendenti, la cosiddetta riproduzione sessuale, sia nata e si sia diffusa; fatto è che essa è usata da quasi tutti gli organismi viventi.)
Ma le novità non finiscono qui. All’inizio le cellule sessuali (i gameti) erano uguali, sia nell’aspetto esterno che nelle dimensioni; poi, per motivi tuttora difficili da spiegare, incominciarono a differenziarsi. Alcune delle cellule che partecipavano agli “incontri sessuali” continuarono ad essere piccole mentre altre presero ad ingrossarsi ammucchiando nel proprio interno grandi quantità di sostanze nutritizie. Si ebbero così, salvo rare eccezioni, due tipi di gameti: l’originale gamete piccolo (diventato anche agile e mobile) ed un nuovo gamete grosso ed immobile. (4)
Erano incominciate le differenze sessuali e lo “sfruttamento” di un sesso sull’altro (o, come diciamo oggi, la discriminazione sessuale): il gamete più grosso, infatti, oltre a quello di fornire la propria parte di materiale ereditario per il nuovo individuo, avrà il compito di nutrirlo e “formarlo” accogliendolo dentro di sé. È nata la cellula uovo e quindi – come dice Richard Dawkins – da quel momento si avranno due tipi di gameti: il tipo “onesto” che spende molta della propria energia in favore dell’embrione, e quello “vile” che sfrutta la situazione.
Verrà denominato di sesso femminile l’organismo che produce l’uovo, di sesso maschile l’altro.
Mi sembra interessante evidenziare come l’unione tra i due gameti (fecondazione) sia un particolare tipo di unione nella quale la cellula femminile “accoglie” – invece di respingere come sarebbe la norma – quella maschile a lei estranea, lasciando che le sue sostanze si fondano con le proprie.
Si potrebbe dire (un po’ di romanticismo non guasta) la prima forma di “ amore” in natura. LEI sarà LA MADRE.
Da allora, nei secoli dei secoli, le infinite conseguenze della differenza sessuale: la diversità di aspetto (dimorfismo sessuale), la ricerca del partner, il corteggiamento, la cura della prole etc, etc, fino ai nostri giorni.
Quali saranno i rapporti della madre con la propria creatura, quanto dovrà darle di sé, quali conseguenze avrà – nel bene e nel male – questo “potere” nella sua vita, potrò tentare di capirlo seguendone il percorso nel tempo e nello spazio.

I figli son figli:le cure parentali
Osservo la mia gattina che, sdraiata mollemente su di un fianco, si prodiga per i suoi tre cuccioli “lavandoli” accuratamente, leccandogli gli occhietti semichiusi e tenendoseli ben stretti vicino al proprio corpo tiepido. (Il padre sarà in giro, libero ed ignaro, in cerca di nuove avventure.)
Lo spettacolo mi porta ad altre riflessioni: allora, a questo punto, dopo il breve excursus fatto indietro nel tempo, ho le idee un po’ più chiare sull’ “argomento maternità “? Sono in grado di dire che cos’è LA MADRE? Forse (e riferendosi esclusivamente a quella biologica) potremmo indicarla come “quell’individuo – al quale viene attribuito il sesso femminile – che genera la prole fornendogli, oltre alla metà del suo patrimonio ereditario anche il primo nutrimento e che poi, per lo meno in moltissime specie, l’accudisce”.
In moltissime specie perché, se è vero che tutte le creature viventi, dalle più piccole alle più grandi, condividono alcune caratteristiche e sono unite da un filo comune che le lega e le unisce, è pur incontestabile che nella maniera di affrontare i problemi – e in particolare quelli connessi al mantenimento della specie – ogni tipo di organismo mette in atto soluzioni differenti. Generalmente si verificano due modalità:
a) la femmina mette al mondo un gran numero di figli e poi li abbandona, lasciando la loro sopravvivenza affidata al caso.
b) la femmina genera un numero limitato di figli ma poi li nutre e accudisce fino a che non sono in grado di “cavarsela” da soli.
Riferendosi a questo secondo gruppo – che è quello che più mi interessa – si dice che i genitori (quasi sempre uno solo dei due) mettono in atto nei riguardi dei piccoli le cosiddette cure parentali. Sottolineando il fatto che in genere i neonati manifestano una forte tendenza a stare vicino ai propri genitori, come se sapessero che senza il loro aiuto difficilmente riuscirebbero a sopravvivere. Forse è proprio a questo scopo che la natura ha “inventato” il fenomeno dell’imprinting, cioè “una tendenza istintiva, quindi innata, a seguire il primo oggetto in movimento visto alla nascita”. (Chi non ha mai osservato, ad esempio, una chioccia seguita da una fila di vispi pulcini?)
Precisando che nel caso della prole inetta – cioè non autosufficiente – non sono tanto i piccoli a seguire i genitori quanto questi ultimi a comportarsi in modo da tenerseli sempre vicino.(È da vedere con quanta cura e perseveranza Micia riagguanta i suoi gattini e li riporta nella cuccia quando tentano di allontanarsi!)
La vista di Micia che non si stanca di prodigarsi per i suoi piccoli mi sollecita a nuove curiosità: lei è un mammifero, un animale molto in alto nella scala in zoologica, ma gli altri? So che spesso in quelle specie dove i piccoli sono nutriti e protetti si formano delle “famiglie”, a volte temporanee a volte permanenti, proprio a vantaggio della prole; ma in quali animali e come? Smetto di osservare la mia gatta e mi riimmergo nei libri.
Vado a curiosare nei segreti familiari del mondo animale per portarne alla luce i comportamenti più curiosi e illuminanti. (5)

Chi “coccola” di più i figli?

Tra i primi animali nei quali ho trovato qualche manifestazione di cura per la prole c’è lo Scorpione, dove la femmina porta i suoi piccoli aggrappati sul dorso, fino a quando non hanno raggiunto un certo grado di indipendenza. Ma è solo nel mondo dei Pesci che i casi di cure parentali incominciano a farsi più numerosi e interessanti. Emblematico il caso dei Pesci gioiello, nei quali il maschio e la femmina, formata la coppia, scelgono come nido una roccia che ripuliscono con cura e sulla quale depongono le uova. Queste vengono quindi sorvegliate e protette fino alla schiusa e poi, per un certo periodo di tempo, le stesse cure saranno riservate ai neonati.
Tra i Pesci combattenti, invece, è il maschio che cura sia le uova che i piccoli (la femmina si limita alla deposizione) e che le trasporta con la bocca nel nido continuando a far loro la guardia fino a che non si sono schiuse. Inoltre, poiché esse tendono a cadere sul fondo, le prende delicatamente ad una ad una con la bocca, le copre di muco e le porta in alto in un nido – fatto da lui – costituito da bolle d’aria. Quando i piccoli sono nati, e tendono ad andarsene per proprio conto, li riprende in bocca e li riporta al sicuro nel nido. Certo, a volte succede che qualche pesciolino finisca nello stomaco del padre – che tra l’altro è in periodo di digiuno forzato; ma non vogliamo essere cinici, si tratta senz’altro di una svista.
Gli Anfibi invece – rane o rospi che siano – salvo rarissime eccezioni non “covano” le uova ma si sono attrezzati in modo molto originale: possono conservarle in qualche parte del proprio corpo – le zampe, il dorso, il ventre... – come dei veri “nidi viventi”. E proprio indagando su questo gruppo di animali ho trovato un caso particolarmente curioso: quello del Rheobatracus silus.
Questo piccolo anfibio vive, sotto le pietre o in pozzanghere, in una piccola zona del Queensland. Nel 1973, due scienziati australiani scoprirono in esso una particolare forma di cura parentale che lo fece balzare agli onori della ribalta. Con grande stupore i due studiosi videro uno di questi esemplari “salire alla superficie dell’acqua e, dopo aver compresso i muscoli laterali del corpo, espellere con energia dalla bocca sei girini vivi”. Dapprima si credette che l’animale fosse un maschio che – fatto abbastanza usuale – “covava” i piccoli nelle sacche vocali ma, in seguito ad accurate osservazioni, si scoprì che le nurses erano invece delle femmine che tenevano le uova nello stomaco, uno stomaco molto dilatato e dalle pareti sottilissime.
Una di queste osservazioni, che fu fotografata, ci regala la straordinaria immagine di un piccolo, già completamente formato, che “si riposa” sulla lingua della madre prima di fare il suo ingresso nel mondo. Una maternità davvero “eroica” se si riflette sul fatto che, ovviamente, le madri non possono nutrirsi per tutto il tempo della “gravidanza”.
Tutto questo quando la vita si svolge in massima parte nell’acqua. Ma quando, come è accaduto più o meno 200 milioni di anni fa con la comparsa dei Rettili, gli animali si svincolarono del tutto dal mezzo liquido per andare a vivere sulla terraferma? Le cose dovettero necessariamente cambiare. Ed ecco che allora l’uovo – il “primo attore” della maternità – si trovò ad andare incontro a cambiamenti profondissimi: in primo luogo si è rivestito di involucri adatti sia a proteggere il suo contenuto dall’essiccamento che a consentire all’embrione di respirare, in secondo luogo è aumentato notevolmente in dimensioni, in modo tale da permettere al nascituro di svilupparsi quasi completamente prima della schiusa. Così, le piccole tartarughe sono in grado di dirigersi subito verso il mare appena uscite dall’uovo e i coccodrilli neonati sono minuscoli predatori con tutte le carte in regola.
I Rettili generalmente non si occupano delle proprie uova ma, dopo averle deposte, le abbandonano affidandole al calore del sole. Anche tra loro, però, si trovano casi di “attaccamento materno”. Per esempio la femmina del pitone usa arrotolarsi intorno alle proprie uova – formando una spirale regolare, una specie di campana protettiva – e riscaldarle aumentando la temperatura del proprio corpo, come se avesse la febbre. La “cova” va avanti per circa due mesi, durante i quali la premurosa madre non si nutre affatto. I coccodrilli, invece, depongono le uova in grosse buche e poi le sorvegliano giorno e notte, reagendo con molta aggressività verso chi vuole toglierle loro. Si hanno notizie interessanti persino dalla preistoria: sembra che una particolare specie di dinosauro – il Maiasaura – costruisse nidi di fango dove accumulava le uova che poi covava. (Con orgoglio di femmina noto come – cosa veramente rara – il suffisso del nome scientifico sia saura e non saurus; cioè come ad un animale dalle presunte qualità materne sia stato attribuito il genere femminile.)
Continuo le mie ricerche e, finalmente, trovo casi davvero notevoli di cure parentali: il tempo è trascorso e sul nostro pianeta sono comparsi gli Uccelli. Questi animali hanno in genere molta cura della prole a incominciare dalla cova che ha lo scopo non solo di tenere calde le uova (essi sono i primi che possono farlo, essendo animali a “sangue caldo”) ma anche di proteggerle dagli agenti atmosferici e dai predatori. Le fatiche continuano poi, dopo che i piccoli sono nati, in quanto i genitori debbono aggiungere alle attività protettive anche quelle per la nutrizione; attività queste che richiedono molta cura e lavoro perché i piccoli (specialmente i nidiacei)necessitano di una grande quantità di cibo. Chi si occupi di accudire la nidiata non è ben stabilito in quanto molto dipende dai “costumi nuziali” dei genitori. Nella poligamia più semplice, ad esempio – come nei Galli, Fagiani, Tacchini... – si ha da parte del padre il più profondo disinteresse sia per le uova che per i neonati mentre nella poliandria – esempio la Quaglia combattente dell’India – dove sono le femmine a lottare per il possesso dei maschi, le fatiche dell’incubazione e della cura dei piccoli spettano a questi ultimi. (Evidentemente chi conquista non si abbassa ai lavori domestici!!!). Nella monogamia invece, come troviamo per esempio nei gabbiani, generalmente la coppia collabora sia alla costruzione del nido che all’incubazione e all’allevamento della covata. Di solito è la femmina che provvede alla cova ma può essere aiutata dal maschio – in genere con turni molto rigorosi – o addirittura sostituita da lui.
Delle assidue cure parentali prestate dagli Uccelli ai loro piccoli ci sono esempi veramente molto interessanti, a volte addirittura commoventi. I Pivieri, ad esempio, se vedono un possibile pericolo avvicinarsi al nido, adottano una particolare coraggiosa tecnica di difesa: si parano davanti al nemico fingendosi feriti e si fanno inseguire, a costo della propria vita, fino a che non hanno allontanato il predatore.
Tra le Urie si manifesta un comportamento che si potrebbe definire addirittura “sociale”: l’incubazione dell’uovo è infatti curata non solo dal padre e dalla madre ma anche da altri membri della colonia che, in caso di bisogno, prendono il posto dei genitori. Anche quando il piccolo è nato, ed è incapace di provvedere a se stesso, a nutrirlo non sono solo i genitori ma anche tutti gli altri “disoccupati” del gruppo, che aiutano ad allevarlo. Una meravigliosa organizzazione che mi piacerebbe poter definire UMANA.
Affascinante e commovente insieme è il ben noto comportamento dei Pinguini. Dopo un tenerissimo “fidanzamento” pieno di baci e abbracci – gli sposi si soffregano il becco e si stringono con i loro monconi di ali – finalmente la femmina depone una o due uova. Da quel momento le custodisce tenendole ai suoi piedi e proteggendole tra le pieghe del basso ventre mentre il suo compagno provvede a nutrirla; non solo durante l’incubazione, che dura cinque o sei settimane, ma anche quando il piccolo è nato e la madre è occupata a sorvegliarlo. È da considerare che per avere cibo a sufficienza i pinguini debbono praticamente pescare tutto il giorno; e allora come fare per prendersi cura delle uova? Ebbene, questi uccelli hanno inventato gli “asili nido”: se i genitori vanno entrambe a pesca, qualche individuo si prende cura delle uova e dei piccoli di tutto il gruppo e poi, al ritorno, tutti insieme badano alla prole.
A proposito dell’“attaccamento materno” degli uccelli mi piace riportare alcune righe – tratte dallo splendido racconto di Liam O Flaherty “La compagna del merlo”, facente parte di un piccolo delizioso libro dal titolo: “Terre e scogliere d’Irlanda”.

Per gli otto giorni dopo che la femmina aveva cominciato a covare le uova, il sole continuò a splendere tutto il giorno... poi il sole scomparve.
Si fece buio. Si alzò il vento... L’aria si fece gelida... Il panico s’impadronì del merlo che provò a spingere la compagna ad abbandonare il nido e volare via con lui fino al calore di un qualche capanno nella pianura. Ma lei si rifiutò di muoversi. La piccola creatura si stava irrigidendo dal freddo e dalla fame, ma non riusciva ad abbandonare le uova che sentiva calde sotto il suo petto.
Quando il merlo giunse al nido, cominciò a cinguettare e muovere la testa a scatti, per attirare l’attenzione della compagna. Lei non si mosse. Lui si avvicinò, e, chinandosi, le fece ciondolare il verme davanti al becco, sull’orlo del nido. Lei non si mosse. Si chinò su di lei, si fermò un attimo e la beccò dolcemente. Lei non si mosse... Allora la graffiò e le si spinse contro con il petto, fino a penetrare di forza dentro il nido e spingerla giù dal bordo.
Il corpo irrigidito di lei cadde come una pietra di ramoscello in ramoscello finché non piombò a terra...

Una maternità “rivoluzionaria”
Ripercorrendo la storia di come le varie specie animali abbiano affrontato –e affrontino tuttora – i problemi del “tirar su una famiglia”, sono giunta ai nostri più prossimi compagni di viaggio, cioè i Mammiferi.
Rifletto su alcuni esempi di cure materne che mi hanno colpito: la femmina del pitone che – vera incubatrice vivente – si arrotola intorno alle sue uova e le riscalda aumentando addirittura la temperatura del proprio corpo, o quella del merlo che, pur irrigidita dal freddo e prossima alla morte, non si allontana dalla sua covata avvolgendola fino all’ultimo in un ormai gelido abbraccio... e penso...
Penso che ad un certo punto, nelle sue mille “invenzioni” per proteggere la prole, la natura abbia avuto un lampo di genio: creare degli esseri viventi nei quali fosse il corpo stesso della femmina a farsi caldo nido e fonte di nutrimento per il nascituro. Una vera e propria incarnazione della maternità. E non basta: alcune ghiandole di questo corpo si modificano per secernere un liquido apposito a nutrire il neonato, un liquido prezioso e insostituibile che accompagnerà il piccolo nella prima parte del suo cammino nella vita.
Credo che non si parli mai abbastanza bene di questa sostanza – il latte – un alimento che possiamo definire completo e addirittura “intelligente”. Tanto intelligente che può differenziarsi sia nel tempo (durante la stessa poppata e durante la crescita del piccolo) che nei diversi tipi di mammiferi. Ad esempio, il latte di mucca è molto più proteico di quello di donna, quello delle lepri – dove le madri stanno assenti per lunghi periodi per procacciarsi il cibo – è molto ricco di grassi in modo che i piccoli possano affrontare il digiuno forzato senza soffrirne, quello umano contiene pochi grassi e proteine ma è molto ricco di zuccheri, più adatto ad un neonato che può nutrirsi con frequenza anche se per pochi minuti.
Evolutosi probabilmente da qualche rettile che ha iniziato a secernere un liquido similare, si è dimostrato tanto utile alla sopravvivenza dei piccoli che Madre Natura l’ha “brevettato” e gli ha costruito intorno una classe di animali – precisamente i Mammiferi – che hanno conquistato la terra. (È da considerare il fatto che mentre le cure dei piccoli talvolta sono esplicate anche dai maschi, la lattazione – con tutte le conseguenze nel bene e nel male – è patrimonio esclusivo delle femmine. È la madre che accumula energia, principi nutritivi, anticorpi, e li passa al figlio nei tempi e nei modi più convenienti, quasi fosse il suo stesso corpo a farsi alimento per il neonato).
D’altronde, andando indietro nel tempo, vediamo come i mammiferi – originatisi dai rettili, all’incirca duecento milioni di anni fa – abbiano sviluppato nuovi “istinti” relativi alla riproduzione, in particolare appunto le cure parentali. Queste furono un comportamento che potremmo definire “rivoluzionario” rispetto alle abitudini dei rettili dove spesso i piccoli rappresentano addirittura per i genitori un gustoso spuntino. È da ricordare però, a loro discolpa, che nei rettili i figli vengono al mondo come adulti in miniatura, già pronti per la vita, con tutti i programmi d’azione inscritti nel cervello, mentre nei “nuovi arrivati” – i mammiferi appunto – i piccoli nascono indifesi e vulnerabili, bisognosi, per poter sopravvivere, di cure assidue. Un mammifero che non avesse avuto l’istinto delle cure parentali avrebbe lasciato dietro di sé una ben scarsa discendenza...
In questo gruppo di animali i primi rapporti tra madri e figli iniziano al momento del parto, in certi casi già durante la gravidanza, e si intensificano poi nel periodo che segue la nascita, cioè quello dell’allattamento.
È interessante notare come, in quasi tutti i mammiferi, questo periodo appaia tipicamente diviso in tre parti:
a) fase neonatale - La madre cerca in tutti i modi di avvicinare i piccoli alle proprie mammelle e di farli attaccare.
b) fase del recupero - I piccoli incominciano a diventare indipendenti e tentano brevi escursioni fuori dalla tana ma la madre instancabilmente li recupera.
c) fase che precede lo svezzamento – Il recupero diminuisce progressivamente e quasi sempre è il piccolo che segue la madre cercando di poppare. Lei però acconsente con sempre minore disponibilità, fino a quando respinge energicamente ogni tentativo. (6)
È da segnalare un fatto curioso e insieme divertente: in alcune specie, nel primo periodo seguente il parto le femmine riconducono verso la tana non solo i propri piccoli ma anche individui estranei e persino oggetti vari. Ci vorranno alcuni giorni affinché questa incrollabile “ansia materna” cessi e la madre impari a differenziare il recupero dedicandosi solo ai suoi cuccioli e addirittura respingendo gli estranei.
Come si è verificato per gli altri animali (anzi, è in questo gruppo che esse raggiungono i livelli più alti) anche tra i mammiferi ho scoperto esempi particolarmente interessanti di cure parentali, ad iniziare da quelle messe in atto dai più “primitivi” tra loro, quelli cioè che hanno la strana abitudine di mettere al mondo figli ancora “in via di allestimento”. Curiosando ad esempio tra le abitudini di Mamma Canguro assistiamo ad uno spettacolo quanto mai tenero. Essa, al momento della nascita, prende il suo piccolo – è così minuscolo, debole e imperfetto che non potrebbe sopravvivere nell’ambiente esterno – e lo depone nel marsupio, dove lo terrà al caldo nutrito e protetto, fino a che non sarà indipendente. (7)
A questo straordinario istinto materno ne corrisponde uno, altrettanto stupefacente, del figlio: spesso, infatti, è lo stesso mini-neonato che, appena uscito dalla vagina, si arrampica strisciando tra la pelliccia materna fino ad introdursi nella sua “cuccia” personale. Qui si impadronisce di un capezzolo e lo tiene ben stretto tra le labbra; e si guarderà bene dal lasciarlo fino a che non sarà terminato il suo periodo di allattamento, periodo che praticamente trascorre poppando e dormendo. (È da notare che Mamma Canguro produce differenti tipi di latte: da un capezzolo secerne una qualità adatta al cangurino che si sta ancora sviluppando nel marsupio, da un altro un tipo più “sportivo” per il fratello che già saltella intorno a lei e ogni tanto ritorna a poppare).
Ma l’attaccamento alla madre non è finito: anche dopo che ha incominciato a nutrirsi da solo, il piccolo rientra sempre “a casa” e lo si vede spesso, anche già grandicello, affacciato al marsupio come da una finestra, mentre la madre è intenta alle sue faccende.
Se tra i Marsupiali i legami madre-figlio possono apparire ovvi date le particolari condizioni dei neonati, non meno assidue e tenere sono le cure prestate ai piccoli dai Placentati, cioè da quei mammiferi nei quali l’embrione si fissa all’utero della madre e rimane unito ad essa, per mezzo della placenta, fino a completo sviluppo. La cosa meravigliosa è che in questi animali la madre “sente” quando si avvicina il momento nel quale nasceranno i suoi piccoli e cerca un luogo protetto ed adatto per l’evento. Poi, avvenuto il parto, lecca amorevolmente i neonati per liberarli dalla placenta e li aiuta a mettersi nella posizione adatta a succhiare il latte. In seguito li cura con grandissima dedizione, nutrendoli, difendendoli dai pericoli, addestrandoli, trasportandoli se è necessario. (Per amore di verità c’è anche qualche rara eccezione: la lepre, ad esempio, depone semplicemente i suoi piccoli sul terreno e li abbandona senza sorvegliarli, limitandosi ad andare ad allattarli – mattina e sera – per una quindicina di giorni).
Che dire, per esempio, di Mamma Elefante? Essa, dopo ben ventidue mesi di gestazione, depone il suo piccolo (si fa per dire: pesa circa 100kg.!!!) sul terreno soffice e su un morbido strato di foglie e lo sorveglia fino a che, dopo qualche ora, non è capace di reggersi sulle zampe. In seguito, quando è in grado di camminarle accanto, lo aiuta nei primi passi, lo sostiene, lo protegge da ogni pericolo. Se deve scappare, lo mette tra le sue zampe e lo trascina annodando la propria proboscide a quella di lui; e molto spesso lo “tiene per mano” agguantandolo per la coda.
A conferma del profondo legame che unisce le elefantesse ai propri cuccioli stanno i segni di sofferenza che mostrano alla morte di uno di loro, come appare dalle parole di uno studioso che così ha scritto:

Tonie ancora vegliava il cadavere del suo piccolo. Intorno a lei si aggiravano quindici avvoltoi ed uno sciacallo; lei caricava ed essi si disperdevano per qualche secondo per poi ritornare. Essa si mise tra loro e il corpicino e, fronteggiandoli, toccava dolcemente con la zampa posteriore il corpo senza vita. Non potrò mai dimenticare l’espressione del viso, degli occhi, della bocca, il portamento delle orecchie, della testa, del corpo. Ogni parte esprimeva dolore. (8)

Gli ultimi arrivati: i Primati
Mare d’estate. Sollevo lo sguardo dal libro che sto leggendo ed osservo. Una giovane donna passeggia sulla battigia ostentando con orgoglio la sua “panciona” (ai miei tempi si nascondeva pudicamente sotto un premaman) e tenendo teneramente tra le braccia un piccolo che dorme. Sembrano isolati dal resto del mondo, racchiusi in una bolla d’amore. Le onde si frangono sulla riva e nel loro eterno movimento modellano e rimodellano i ciottoli che incontrano. Così il tempo...
Come al solito la mia mente vola... Penso a un giorno lontano, quando un gruppetto di piccoli mammiferi del sottobosco decise di abbandonare la vita sul terreno per conquistarsi un nuovo mondo: in alto, sui rami degli alberi. Vivere in questo meraviglioso ambiente – la terra era allora una magnifica foresta – produsse non pochi cambiamenti nel corpo e nelle abitudini di questi animali: tra questi, la riduzione del numero dei figli. Infatti, anche se le zampe anteriori avevano assunto prevalentemente una funzione di presa lasciando quella di appoggio alle posteriori, trasportare i neonati da un ramo all’altro e allattarli non doveva essere molto agevole. Meglio metterne al mondo pochi! Ma una prole meno numerosa vuol anche dire un più stretto rapporto madre-figlio, e così quegli esseri (il gruppo dei Primati al quale apparteniamo anche noi, insieme alle Scimmie e agli Antropomorfi) si trovarono ad essere i più “coccoloni” di tutti, i primi che hanno potuto stringere i propri cuccioli in un abbraccio.
Riabbasso gli occhi sul mio libro e cerco di smettere di fantasticare; vediamo i fatti. Nei primati il più stretto rapporto di interdipendenza è senz’altro quello tra madre e figlio; rapporto, reciproco, che si sviluppa durante tutta la gestazione e prosegue, dopo la nascita, stimolato dalla suzione del latte e dai contatti fisici. Il piccolo, appena nato, muove il capo fino a che non riesce ad attaccarsi al capezzolo della madre e cerca di aggrapparsi con forza al suo pelo. Questo istinto è così forte che, se si toccano con un bastoncino le mani o i piedi del neonato, questi lo stringe con tanta tenacia da rimanervi appeso.
Nei diversi gruppi di primati le cure materne appaiono diversamente sviluppate a seconda delle differenti abitudini di vita. Ad esempio vediamo come nei Macachi, madre e figlio formino un’unità stretta e la madre non permetta al piccolo contatti con altri individui; ciò nonostante queste scimmie vivano in clan formati da 20 fino a 150 animali. Negli Entelli, invece, c’è molta “condivisione” dei neonati i quali, poche ore dopo il parto, vengono addirittura sottratti alla madre e passano da una femmina all’altra (le cosiddette allomadri) per buona parte della giornata. Si può comunque dire che, fra i primati, una femmina allo stato di natura passi la maggior parte della sua vita adulta o incinta o allattando, spesso con l’ultimo nato che le gironzola intorno.
In generale tra le scimmie – in particolare in quelle del vecchio continente – i piccoli ricevono dalla madre un’educazione molto accurata. Ad esempio, appena il piccolo è slattato e incomincia ad alimentarsi con altri cibi, è la madre che porta alla bocca ogni boccone, prima che lui lo mangi, e gli insegna a distinguere le sostanze commestibili da quelle nocive. La stessa attenta e premurosa cura viene messa anche per altri insegnamenti: infatti, sebbene posseggano i mezzi naturali per arrampicarsi sugli alberi e sulle rocce, gli scimmiotti non sono scalatori nati e quindi le madri li “trasportano” per settimane – a volte anche per mesi – fino a che non sono in grado di arrampicarsi da soli. La prima prova di “arrampicatura” il piccolo spesso la fa sulla coda ben tesa della madre; poi passerà ai rami più larghi e bassi degli alberi, e via via sempre più in su. Tutto ciò sotto l’attento sguardo della genitrice che, se è il caso, non esita a passare alle maniere forti: il cucciolo disubbidiente viene preso per un orecchio con la mano sinistra mentre la destra provvede a “spolverarlo”.
Esistono esperimenti famosi cui sono stati sottoposti neonati di scimmie. Per esempio, si sono messi dei piccoli in una gabbia dove si trovava un simulacro di madre, in metallo, da cui si poteva attingere il latte. In un’altra gabbia sono stati messi dei cuccioli in presenza di un altro simulacro di madre, ma di tessuto morbido. Ebbene, le scimmie che avevano avuto la madre morbida, sulla quale potevano arrampicarsi come su una madre vera, sono cresciute molto più sane di quelle con la madre metallica che non permetteva nessun contatto. In assenza della madre (vera o artificiale) il piccolo si abbraccia strettamente, ventre contro ventre, a qualsiasi suo simile. È interessante notare come la madre artificiale sostituisca quella vera purché presenti una superficie coperta di pelo ;persino una pelliccia buttata per terra può riuscire a dare al piccolo un qualche senso di sicurezza. Una vera e propria “coperta di Linus”.
A questo punto sono proprio curiosa, curiosa di sapere di più sulle abitudini di questi nostri parenti prossimi, i cui comportamenti ricordano tanto alcuni dei nostri. Pagina dopo pagina emergono dal folto gruppo


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