MONTALE TRADUTTORE E TRADOTTO - PRIMO CAPITOLO
 

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L'INTERVENTO DI ATTILIO BERTOLUCCI

Comincerò dalla fine, o quasi. Nel foglio avanti il frontespizio dell'Opera in versi di Eugenio Montale (a cura di Contini e Bettarini), una piccola dedica, nella grafia ben nota del poeta:

ad Attilio Bertolucci
il suo Eugenio Montale
10.12.'80

Non ho la data precisa dlle paginette che sto per leggervi: sono dell'ottantuno, certamente, l'anno che il nostro amico e maestro (quest'ultima parola a lui non piaceva troppo, la riteneva da riservarsi ai musicisti) ci ha quasi all'improvviso lasciati.
Queste paginette forse andavano a un giornale che me le aveva richieste, ma non vennero utilizzate, o perché arrivate tardi in redazione o perché troppo personali.

"Mi chiedo, in questo tristissimo giorno: oggi un ragazzo innamorato di carte e stampe, intendi soprattutto di poesia, come ero io nel '25, potrebbe sfamarsi con la felicità febbrile che toccò a me con l'acquisto, dopo aver spiato tra le pagine intonse e scoperto "La farandola dei fanciulli sul greto", "Gloria del disteso mezzogiorno", "Sbarbaro, estroso fanciullo", con l'acquisto - dicevo - di Ossi di seppia con quella sua copertina divenuta poi leggendaria? - Sei stato uno di quei cinquanta che hanno comprato il mio libro quell'anno. - doveva dirmi tanto tempo dopo il poeta, fra ironico e affettuoso.
Il ragazzo dei nostri giorni avrà certamente letto e commentato per iscritto, fra ginnasio e liceo, il poeta Montale, sforzandosi di farlo entrare negli schemi prefabbricati fornitigli dai manuali scolastici e dai diligenti insegnanti.
E guai se non avrà ritenuto a memoria "... ciò che non siamo, ciò che non vogliamo", così giusti se inquadrati nel processo storico del tempo in cui il poeta viveva.
Ma potrà mai recuperare il nuovo di quegli attacchi fulminei di cui mi innamorai?
Domanda oziosa, forse elitaria: Montale è "tel qu'en lui même enfin l'éternité le change" sia per noi che ha accompagnato per tutta la vita, sia per chi lo leggerà negli anni a venire e ne rammemorerà sempre i versi... uso questo verbo desueto (rammemorare) che non dispiacerebbe a lui perché l'ho preso in prestito da un libretto del suo, del mio Verdi.
Ricordo ancora, camminando noi due senza testimoni fra Vittoria Apuana e Forte dei Marmi, un suo potentissimo, e così notturno "Sparafucil son io".
Gli è stato rimproverato, quando era umile cronista di musiche antiche e moderne su di un quotidiano del pomeriggio, di non essere andato oltre La carriera del libertino di Strawinsky. Ma perché avrebbe dovuto?
Ma lasciate che, in questo momento di partecipazione generale, qualcuno che come me ebbe la fortuna di essere incoraggiato da così grande e severo fratello maggiore, si raccolga in se stesso ripercorrendo il cammino del proprio rapporto personale.
Posso aggiungere che non riesco a compiacermi della figura monumentale che egli è fatalmente venuto ad assumere, Premio Nobel eccetera. Mi pare di capire che certi epigrammi penultimi, agrodolci com'erano, avessero anche lo scopo di sdrammatizzare questa situazione.
Così Eliot, da lui mirabilmente tradotto, aveva fatto miagolare Maoavity e altri gatti, immagino per lo stesso scopo di alleggerimento.
Ma lasciamo parlare Montale in questi da me amatissimi versi che sembrano - è stato detto - sfiorare la prosa.
"Mais avec des ailes" diceva, riprendendo un famoso detto di Saint Beuve.

Quando Leopoldo Fregoli udì il passo della morte
indossò la marsina, si mise un fiore all'occhiello
e ordinò al cameriere "servite il pranzo".
Così mi disse Pea di un uomo che molto ammirava.
Un'altra volta si parlò di un inverno a Sarzana 
e di tutto il ghiaccio di quell'esilio
con una stoica indifferenza che mascherava la pietà.
Pietà per tutto, per gli uomini, un po' meno per sé.
Lo conoscevo da trant'anni e più come impresario,
come scalpellatore di parole e di uomini.
Pare che oggi tutti lo abbiano dimenticato
e che la notizia in qualche modo sia giunta fino a lui
senza turbarlo. Sta predendo appunti
per dir cosa c'è oltre le nubi,
oltre l'azzurro, oltre il ciarpame del mondo
in cui per buona grazia siamo stati buttati.
Poche note soltanto sul taccuino che nessun editore
potrà mai pubblicare: sarà letto forse
in un congresso di dèmoni e di dei
del quale si ignora la data perché non sta nel tempo.

A questo punto mi chiedo: mi appropriai del poeta, a quella prima, appassionata lettura adolescente, facendone più mio il miele che l'assenzio? Un miele che naturalmente presupponeva l'assenzio.
Il tempo passa, lentissimo (o precipite). Non siamo più nel '25, ma nel '29. Un mio amico, Alessandro Minardi, mi pubblica, a sue spese, un libriccino, Sirio. Evidentemente fra i pochi omaggi da me suggeritigli, Eugenio Montale. Silenzio. Non un grazie. Ma ecco che, fortunatamente, pochi giorni fa ho ritrovato una letterina scritta a macchina sulla carta intestata di Solaria, rivista per me giovane apprendista, favolosa. È a firma di Giansiro Ferrata. Ne trascrivo poche righe:
"Carissimo Bertolucci, come sono contento di aver letto Sirio. Conoscevo alcuni dei suoi versi fattimi leggere da Montale".
Il tempo passa ancora. Il mio amico ciriprova. Così esce Fuochi in novembre.
L'invio a Montale è di dovere. Mi arriva prestissimo una cartolina postale a firma, finalmente, di Eugenio Montale che mi chiede una fotografia perché ha recensito i miei Fuochi in novembre per la rivista PAN. Batticuore, e a mia richiesta di una bella fotografia "da poeta" all'amico Bruno Vaghi.
Alla fine dell'estate arriva, me la sventola tra i castagni di Casarola, gialla fra il verde delle foglie, mio fratello Ugo, la famosa rivista. Ho e non ho voglia di leggerla, come fa il giocatore che si trattiene dallo scoprire le carte.
Quelle tre pagine, con non poche lodi e non pochi appunti critici, e alla fine una sorta di misterioso augurio, rimangono assolute per il mio destino, per il mio lungo destino di poeta.
Non era molto bello che Montale si fosse presa la briga di leggermi con tanta attenzione affettuosa, generosa? Chi lo farebbe oggi? Lo farei forse io?
Attilio Bertolucci


L'INTERVENTO DI CHARLES TOMLINSON


Alla ricerca di Montale in inglese

Nel mio piccolo discorso, ho avuto l'intenzione non di fare un elenco di tutte le traduzioni inglesi delle poesie montaliane, compito noioso per me e anche per voi, ma di parlare da un punto di vista più personale come lettore e poeta.
Ho visto il nome Montale per la prima volta quando, studente all'università di Cambridge, ho trovato una vecchia copia della rivista curata da T.S. Eliot, The Criterion (Il criterio). Questa conteneva una traduzione dell'Arsenio di Montale, fatta da Mario Praz. Gli eruditi di una letteratura straniera non sono sempre attendibili quando provano a scrivere nella lingua di quella letteratura. E scrivere poesia può essere per loro un incidente mortale. La traduzione di Arsenio è scritta in un inglese mai sognato nella mia isola. Ma io, nell'innocenza della mia gioventù, e senza una parola d'italiano, ho sentito attraverso le parole grottesche di Praz qualcosa di straordinario, l'impressione di una sensibilità stranamente chiusa in sé ma di una forza tenace.
In quel periodo non conoscevo le parole famose di Montale in Auto da fé, millenovecensosessantasei: "Avendo sentito fin dalla nascita," scrive Montale, "una totale disarmonia con la realtà che mi circondava, la materia della mia ispirazione non poteva essere che quella disarmonia."
Ho visto subito che c'era una rassomiglianza tra Arsenio e Il canto d'amore di Alfred Prufrock di Eliot, un altro poeta in disarmonia con la realtà, e che ambedue i poeti erano protagonisti repressi, quasi al punto di essere comici. Prufrock è martirizzato dalla sua timidezza e sempre conscio, in un modo molto montaliano, della presenza del mare minaccioso ma seducente allo stesso tempo.
Quando ho letto Montale in italiano per la prima volta l'ho fatto qui, in un giardino a Fiascherino, e il libro era Le occasioni. 
Era ovvio che avessi bisogno di aiuto (il dizionario non bastava). E sarei stato grato anche a traduzioni di terza classe. Ma non c'erano neanche quelle.
L'anno della pubblicazione de Le occasioni era il 1939. La mia edizione era datata 1949 e in quell'anno Montale ha aggiunto al volume una dedica: a I.B.
Le iniziali alle dediche sono sempre un po' misteriose. Come tradurre le due lettere in persona reale? Solo dopo qualche anno trovai l'identità di I.B., persona importantissima per Montale e anche per la sua poesia.
Nell'anno di pubblicazione de Le occasioni l'Europa era sull'orlo della guerra. Ciò voleva dire che Montale era al di là della frontiera, tra la disarmonia e quella del mondo della politica. Come ha detto più tardi il poeta: "In definitiva, fascismo e guerra dettero al mio isolamento quell'alibi di cui esso aveva forse bisogno". E questo senso di Europa in una fase sempre più accelerata di collasso morale era molto chiaro in Le occasioni.
Dopo la guerra Montale ha visitato la Scozia: un viaggio che ha ispirato delle poesie e, in prosa, Sosta a Edimburgo. Le poesie sono apparse sulla rivista inglese Mandrake (Mandragola), tradotte attentamente da Bernard Wall, uno dei primi traduttori in Inghilterra.
Il legame con la Scozia continuava quando George Kay, dell'università di Edimburgo, stava curando Il libro pinguino della poesia italiana, nel '58: un'antologia da San Francesco fino a Montale e Quasimodo, in italiano con la traduzione in prosa a pie' di pagina. Quest'antologia era proprio fatta per me: niente poesia falsa, la traduzione come un limpido vetro sul paesaggio delle poesie originali. 
Ecco, poco tempo dopo la pubblicazione della terza raccolta di Montale, La bufera e altro ('56), venti poesie insieme con il testo inglese. Kay mise in evidenza un gruppo di capolavori: La casa dei doganieri, Eastbourne, La primavera hitleriana e L'anguilla.
Incoraggiato da Montale, Kay continuò a tradurre, ma questa volta in versi, e nel '64 la casa editrice dell'università di Edimburgo pubblicò un'antologia di queste versioni, la più generosa che abbiamo avuto fino a quella data.
Ma c'era un problema. Kay non sapeva scrivere in versi: la sua più grande difficoltà era la rima. Per ottenere rime Kay inventava costruzioni che risultavano maldestre, pesanti, né italiane né inglesi. È strano che gente ragionevole quando prova a scrivere poesia sia capace di cose un po' pazze.
Un anno dopo apparve a New York un'altra antologia da New Directions, curata da un italiano, Glauco Cambon: introduzione molto utile, il resto molto vario. Peccato che, in quegli anni di molte traduzioni montaliane di secnda e di terza classe non ci fosse stato l'americano William Arrowsmith che vent'anni più tardi avrebbe fatto ottime versioni.
Tra le traduzioni curate da Cambon ci sono quelle che portano le iniziali I.B., come la dedica de Le occasioni, edizione del '49. Queste le possiamo identificare nella lista dei traduttori come quelle di Irma Brandeis. Brandeis per me significava il nome dell'università americana. A quel punto sapevo di Irma Brandeis solamente che aveva intelligentemente tradotto alcuni Mottetti, Portovenere, I limoni, Notizie dall'Amiata e L'orto. Il mistero della sua identità sarebbe durato qualche anno di più.
Nel volume di Cambon la presenza della maggiore energia (troppa energia) è quella del famoso poeta americano Robert Lowell. Lowell purtroppo soffriva del vizio di esagerare e spesso perdeva l'equilibrio straordinario che si trova in Montale. Tra i tanti, un esempio a proposito è quello di Notizie dall'Amiata. Scrive Montale:

Il fuoco d'artifizio del maltempo
sarà murmure d'arnie a tarda sera.
La stanza ha travature
tarlate ed un sentore di meloni
penetra dall'assito.

Qui gli elementi del negativo e del positivo si bilanciano l'uno con l'altro a perfezione - la forza di travature indebolita da tarlate e poi rinforzata dal sentore di meloni. Per Lowell non sono meramente tarlate ma sottominate di termiti queste travature (sul punto di scivolar giù, a quanto pare) e quei meloni sono ammaccati. Evidentemente Lowell non è mai stato coltivatore di meloni, altrimenti avrebbe saputo che i meloni ammaccati non si trovano in magazzino.
Anche da tutto questo deriva una lezione da imparare. Montale può sembrare negativo ma c'è una finezza distante dal melodramma americano di Lowell, e il segreto di quella finezza risiede nella mancanza di egoismo. In una certa impersonalità anche nelle poesie più soggettive.
È ovvio che Lowell non sia stato mai capace di scrivere poesia come le due sequenze di Xenia di Montale, poesia dove non troviamo alcun senso dell'egoismo e del melodramma, poesia d'amore per la moglie morta, Drusilla tanzi, chiamata Mosca. Ma prima di parlare di Xenia, dalla quarta raccolta, Satura ('71), dbbiamo tornare a un altro amore, quello dei Mottetti de Le occasioni.
Montale era un uomo molto riservato ma nel 1977 diede a Luciano Rebay, della Columbia University (New York), una fotocopia della sua corrispondenza con Roberto Bazlen, che risale agli anni trenta. Di questa corrispondenza Montale disse che forse sarebbe stata di interesse "ai posteri". Dopo la morte del poeta apparve su Forum Italiqum, nell''82, un articolo di Rebay che cnteneva stralci delle lettere mandate a Bazlen nelle quali nelle quali vediamo il poeta all'età di trent'anni in un triangolo traumatico, diviso tra Drusilla Tanzi (moglie del critico d'arte, Matteo Marangoni) e la dantista americana Irma Brandeis, la Clizia di Mottetti e molte altre poesie.
Clizia, o Irma, era tornata in America nel '39, l'anno della guerra con la Germania e in Italia le leggi razziali (Irma era ebrea). I Mottetti parlano di un amore assente, alla distanza di tremila miglia, un amore che per Montale sembra anche un lampo di divinità, una sorta di Beatrice moderna.
Il poeta americano, Dana Gioia, ha fatto pubblicare nel '90 un'interessante traduzione dei Mottetti, dedicata a "I.B." che mezzo secolo fa aveva ispirato queste poesie?
Ogni lettura, ogni traduzione è una interpretazione. Di Mottetti Gioia fa una sequenza più personale dell'opera montaliana che è quasi sempre più casta ed economica dell'uso della parola io. Difatti i Mottetti di Goia formano una poesia molto più americana dell'originale. Anche l'identificazione di I.B. come Irma Brandeis sottolinea l'aspetto personale di questo amore quasi trecentesco e così viene meno l'elemento ermetico. Gioia trasforma la prosodia di Montale in versi liberi spezzati e incorpora dettaglia dalle note e dal commentario di Montale nel testo stesso per fare una poesia apertamente autobiografica. Forse per troppo tempo la sequenza è stata letta come puro ermetismo; forse Gioia esagera un po' il tono personale. Ma vale la pena leggere il risultato, che è una interpretazione univoca.
In Xenia non c'è amore trascendente come quello dei poeti del dolce stil novo. Qui vediamo una donna in tutta la sua concretezza, intelligenza, miope, capace di ridere di se stessa, dotata di un radar infallibile per annusare la gente stupida.
Xenia ci permette di parlare di un altro traduttore, più mdesto di Lowell, G. Singh, indiano, italianista e poeta. Nel '95 Singh ha scritto la biografia del suo amico F. R. Leavis - che non parlava italiano -: un accesso più libero alla poesia di Montale per via delle sue traduzioni lucide e modeste, e soprattutto la traduzione di Xenia.
Su Xenia Leavis ha poi scritto uno dei suoi più bei discorsi critici:"L'impersonalità creativa di Montale". Per Leavis Montale è impersonale nel senso che non è (come Lowell) personalmente assertivo. La presenza di Mosca è quello che conta. Scrive Leavis: "Attraverso la delicatezza e l'intensità della sua evocazione, Montale ci fa sentire la reale presenza di Mosca nel senso semplice della parola."
Leavis dice qualcosa che per un inglese non può che essere commovente: è facile, dice, "pensare a Xenia, anche se in italiano, come una poesia inglese. Ma devo confessare che non abbiamo nulla di simile in inglese." Ma io (non più Leavis) posso aggiungere che abbiamo la traduzione sensibile di Singh.
In conclusione un poscritto breve. Dopo Xenia Montale menziona poco la Mosca, la donna che lui ha preso in moglie dopo la morte di Marangoni. Irma Brandeis però è rimasta sempre la donna della sua immaginazione. Come il nostro Thomas Hardy, Montale quando è diventato vecchio ha continuato a scrivere poesie. La datazione della splendida edizione critica di Rosanna Bettarini e Gianfranco Contini rivela quante poesie dedicate alla memoria di Brandeis o Clizia, vengono composte nell'ultimo decennio della vita del poeta. Dai '76 all'80 - Montale muore nell'81, all'età di 85 anni - c'è tutta una serie indirizzata a Clizia. Una delle più belle viene dall'80: "Clizia nel trentaquattro", il perfetto omaggio di un vecchio alla donna che non può dimenticare. Si conclude così:

non era amore quello
era come oggi e sempre
venerazione.

Peccato che non ci siano traduzioni inglesi in sequenza di queste ultime poesie. Ma tradurle sarebbe stato un lavoro molto difficile, soprattutto per una questione di tatto. Chi vuol tradurre la poesia trova subito che la traduzione è lavoro non forzato ma penoso, e che tradurre un grande poeta italiano non è come passare una vacanza nel clima amichevole d'Italia.
Charles Tomlinson


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