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biografia - Luis de Góngora y Argote (Córdova, 1561-1627), figlio di
Francesco de Argote, letterato e corregidor, e di doña Leonora de Gongora,
di cui prese il nome, secondo una consuetudine del tempo, compì i primi
studi nella città natale, poi passò, quindicenne, all’università di
Salamanca, iscrivendosi ai corsi di diritto. Ma presto si rivelò più che
studioso delle pandette, fervido amante delle Muse. Lasciò l’università nel
1580 (o 1581) e tornò a Córdova. La sua fama di poeta andava intanto
crescendo: nel 1584 Cervantes lo lodava come «ingegno raro e senza secondo»
in La Galatea. L’anno dopo lo troiamo tra i membri del Capitolo della
Cattedrale di Córdova, ma solo dopo i cinquant’anni prenderà gli ordini
sacri. La condotta del giovane prebendario si rivelò presto non troppo
esemplare: nel 1589 veniva accusato dall’arcivescovo Francesco Pacheco di
essere poco assiduo alle funzioni, di assistere alle corse dei tori, di
frequentare gente di teatro e di comporre poesie non convenienti al suo
abito. I superiori lo condannarono a una discreta ammonizione e a una lieve
ammenda, affidandogli in seguito varie missioni di carattere ecclesiastico,
fermandosi fra l’altro a Granada, Madrid e Valladolid, dove risiedeva
Filippo III. Era il maggio del 1605. Dalla lunga e faticosa peregrinazione
attraverso la Spagna tornò nel settembre con la salute irrimediabilmente
scossa.
Nel 1609 scrisse il Panegirico del duque de Lerma, per cui fu chiamato a
Madrid, dove la Corte era rientrata dal 1606. Stabilitosi allora
definitivamente nella capitale ma nonostante le sue notevoli conoscenze ad
alto livello, non riuscì ad ottenere una carica che lo facesse vivere
nell’agiatezza: riuscì a diventare soltanto il cappellano d’onore del re,
carica peraltro non lucrativa. Così, amareggiato e deluso, nel 1623 si
congedò dal sovrano e si ritirò a Córdova. Nel 1626, mentre accompagnava
Filippo IV durante un’escursione in Aragona, venne colpito da un attacco
apoplettico. Trasportato d’urgenza a Córdova, vi moriva il 23 maggio 1627.
Góngora e il Barocco - Luis de Góngora rappresenta la figura massima, nel
Barocco spagnolo, di quella corrente che il critico dell’epoca Ximénez Patón
battezzò col nome di «culteranesimo» di contrro al «concettismo» di Quevedo,
Gracián, ecc. Su di esso influì il poeta italiano che Lope de Vega chiamò
«gran pintor de los oídos» (Gran pittore delle orecchie), ossia il Marino, a
sua volta influenzato in seguito da Góngora. Il culturanesimo – la iperbole
nelle sensazioni, la aristocratica e arcaizzante singolarità dello stile, le
oscurità mitologiche, la totale gratuità immaginativa – corrisponde ad una
volontà di raffinatezza minoritaria, che conviene vedere nel contesto
storico della crisi sociale, economica e politica della Spagna di allora –
già minacciata nella sua egemonia mondiale –. Il gusto del ’900, poi, ha
fatto sì che si potesse adottare Góngora come emblema della poesia pura e
dell’“arte per l’arte”, soprattutto, in seguito ad alcuni primi suggerimenti
di Verlaine, in quell’epoca intorno ai “felici anni venti”.
Nella poesia spagnola del ’900, la cosiddetta «generazione del ’27», con a
capo Lorca e con Dámaso Alonso come editore e “traduttore” di Góngora,
adottò la data del centenario gongorino come emblema estetico, almeno
inizialmente. Tuttavia la poesia di Góngora è più ricca e varia – e a volte
persino più profonda – di quanto non suggerisca la sua fama di “poeta puro”.
Innanzi tutto vi è una buona parte della sua poesia che raccoglie e stilizza
temi e forme della tradizione popolare, come è sempre stato costume dei
poeti spagnoli di tutti i tempi (pensiamo ad A. Machado e García Lorca. Tale
poesia fu sempre ben accolta e diede luogo al fatto che chi non accettava
l'opera gongorina più raffinata contrappose un “Gongora buono” ad un
“Gongora cattivo”. In realtà Góngora applicava altrettanta o maggiore cura
artistica in questo terreno che nella complessità delle Soledades: citiamo
come esempio il delizioso romancillo infantile: «Hermana Marica - mañana,
que es fiesta...», del quale è stata trovata una ventina di versioni
manoscritte, con importanti varianti e, in quanto al tema stesso, malgrado
la sua apparente semplicità, costituisce un’invenzione originalissima: è
quasi impossibile trovare una poesia di quell'epoca posta sulle labbra di un
bimbo come espressione diretta del mondo infantile. Qualcosa di simile
accade con la mirabile letrilla «Non sono tutti usignoli...» nella quale ciò
che sembra canzone popolare serve per esporre l’“arte poetica” della
raffinatezza barocca. Ma il culteranesimo propriamente detto si trova,
soprattutto, nella Fábula de Polifemo y Galatea e nelle incomplete Soledades,
lunghe poesie che si diffusero, in forma manoscritta, rispettivamente verso
il 1612 e il 1613.
Nelle Soledades vengono portate alle estreme conseguenze l’oscurità e
complessità di questo stile, che per tanto tempo fu la pietra dello scandalo
della critica. Ma tale oscurità, tanto nella tecnica quanto nell’atmosfera
di penombra dei suoi poemi, è uno sfondo deliberatamente creato perché
risaltino meglio i lampi delle sensazioni esagerate al massimo, come fuochi
d’artificio. Tutto è iperbolico, massimo: così, tra i colori, Góngora usa
una tavolozza assai limitata i cui pochi toni vengono trasfigurati in una
purezza ultraterrena: il giallo, che è diventato «oro»: il bianco («neve» o
«avorio»); il rosso («porpora», «sangue» o «rubino»); il verde («smeraldo»);
l’azzurro («zaffiro»). E le metafore formano una catena di esagerazioni:
così, le mani di una donna dovranno essere più bianche delle piume dei cigni
di Apollo, le quali, a loro volta, fanno sembrare nere le nevi del Caucaso,
ecc.
Questa tecnica risulterebbe monotona se non fosse sorretta da una fine
sensibilità e da un acuto ingegno, che a volte si esprime in forme
francamente umoristiche.
Ma la questione dell’umorismo si fa più importante nella Fábula de Polifemo
y Galatea. Qui il poeta segue il tema mitologico, mentre nelle Soledades non
v’era argomento – delle quattro soledades progettate, Góngora ne scrisse
solo una e mezza, puramente descrittiva –: tale base (l’argomento) unita
alla struttura più che della strofa – l’ottava, di contro all’irregolate
silva delle Soledades – contribuiscono a dare al Polifemo un tono più
moderato ed accessibile, libero da “sperimentalismi”. Il poeta,
semplicemente, torna a narrare la favola classica, ma a suo talento: e il
tono sembra indeciso tra la caricatura umoristica e l’esperimento
estetizzante.
Forse, prescindendo da scandalose polemiche oggi superate, il Polifemo è il
poema gongorino che può attrarre maggiormente il gusto del lettore moderno.
Tralasciando, come prodotto essenzialmente occasionale, il lungo Panegirico
del Duque de Lerma, dobbiamo segnalare una zona peculiare nella poesia
gongorina, a mezza strada tra la complicazione delle Soledades e la
semplicità delle ricreazioni di tono popolare: quella che si manifesta
soprattutto nei sonetti, particolarmente in alcuni di tema amoroso, esposto
con alta eleganza ideale che a volte ci riallaccia alla tradizione
petrarchesca, come quello intitolato Descripción de una dama che comincia:
«Di pura onestà tempio sacro... », o quello intitolato “A una dama che,
avendola conosciuta bambina, la vide poi bellissima donna”; o quello in cui
una descrizione di aneddotica amorosa serve quale pretesto per una
fantasmagoria allucinante, che comincia «Sviato, malato e pellegrino...» In
particolare, chi si sia lasciato impressionare dall’abituale immagine di un
Góngora frivolo e decorativo, farà bene a leggere due sonetti di inattesa
profondità filosofica e religiosa: uno, di taglio quevedesco, dedicato al
tema della fugacità del tempo, e che termina così: «Non ti risparmieranno,
no, le ore; – le ore, che rodendo stanno i giorni; – i giorni, che rodendo
stanno gli anni»; e l'altro, religioso, in cui è sentita la prossimità della
morte, che improvvisamente lacera la luminosa fantasia di tutte le sue
creazioni poetiche. Qui, il poeta confessa davanti a Dio che se non l'ha
pregato e cantato, è stato solo per timidezza, per non essersi sentito
degno, dedicandosi in cambio a non trascendenti giochi poetici: «Sono nella
cappella, condannato – senza rimedio a lasciar la vita...» per terminare:
«Poiché la mia timidezza è stata muta, – i versi del mio sonetto, Signore, –
siano lingue, sian lagrime non vane». Anche il sonetto serve a Góngora per
temi umoristici e polemici: come tutti i poeti del suo tempo mette in
caricatura la decadenza della corte e i cattivi costumi della società, ed
entra anche nella crudele guerra interna contro Quevedo, che, oltre a
superarlo in mordacità, ottiene il trionfo di obbligare Góngora ad
avvicinarsi al suo stile, il «concettismo», molto più adatto del
culteranesimo per la satira e l’insulto, tuttavia senza trascinarlo al
livello di grossolanità che è rimasta caratteristica esclusiva della procace
genialità quevedesca.
Qualcosa di quevedesco c’è anche in certe composizioni minori come il
“romance” Píramo y Tisbe, versione grottesca e irrispettosa del tema
classico. In generale, è certo che la linea meno valida della produzione
gongorina si trova nei tentativi di applicare lo stile culterano a forme
popolari quali il romance, soprattutto quando seguono un tema della
tradizione culturale, come il “romance” Angélica y Medoro, o se imitano
freddamente motivi del romancero tradizionale («Amarrado a un duro banco...»
o «Entre los sueltos caballos»), o se si abbassano a grossolane
spiritosaggini come quelle di «Hanme dicho hermanas...».
In complesso, Góngora resta nel panorama della poesia europea del suo tempo
come uno straordinario “poeta minore” che, inoltre, prelude all’avventura
estetica della fine del secolo XIX e del primo quarto del XX: tentativo di
“arte assoluta”, concentrata nella scintilla della pura creatività
immaginativa; una esplorazione audace delle frontiere della poesia stessa
che, nel caso dell’Italia, ha meritato che un poeta come Ungaretti si
cimentasse a tradurre. Dámaso Alonso, ricordando il momento dell’apoteosi
gongorina sotto il segno della “poesia pura”, ha spiegato: « Góngora veniva
a favorire il culto per l’immagine, l’ambizione universale dei nostri
desideri di arte e l’enortne intervallo che vorremmo porre tra poesia e
realtà». Nel frattempo, da una posizione opposta, Antonio Machado,
polemizzando doveva riconoscere, per bocca del suo Juan de Mairena: «Sebbene
il gongorismo sia una stupidaggine Góngora è un poeta, perché vi sono nella
sua opera, in tutta la sua opera, lampi di vera poesia. Dovete misurarlo
usando questi lampi come metro».
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