Chiunque
provi a leggere I carbonari della montagna, romanzo con cui il giovane Verga
esordì nel panorama letterario italiano (all'età di circa 17 anni lo
scrittore aveva composto un altro romanzo, rimasto però inedito: Amore e
Patria), stenterà non poco a riconoscervi la mano dell'autore de I
Malavoglia e del Mastro-Don Gesualdo.
Infatti in esso sono profusi una tale verbosità, una tale oratoria
patriottica di sapore romantico, così tanti colpi di scena e interventi
diretti del narratore e un'ideologia talmente aderente a una mentalità da
ancien régime, che verrebbe da pensare più a un provinciale e poco
promettente scrittore di dozzinali romanzi d'appendice che all'iniziatore di
un nuovo e importante indirizzo estetico della nostra prosa.
Eppure non c'è dubbio che a scrivere I carbonari della montagna sia stato
proprio il Verga. Ma si tratta di un Verga poco più che ventenne immerso in
un ambiente culturale non certamente all'avanguardia, fervente ammiratore di
Alexandre Dumas padre, di Francesco Domenico Guerrazzi e di Walter Scott
(l'iniziatore del romanzo storico), nonché di autori catanesi quali Domenico
Castorina e Antonino Abate.
Quest'ultimo, in particolare, ebbe grande importanza nella formazione dello
scrittore, in quanto fu suo maestro per circa dieci anni.
Dalla sua scuola, in cui accanto ad autori classici (Dante, Petrarca,
Ariosto e Tasso) e moderni (Monti, Foscolo, manzoni) venivano proposti anche
romanzieri catanesi (Domenico Castorina in particolare) e opere letterarie
di scarso valore artistico, il Verga uscì con una formazione culturale non
certamente solida e sicura sia sotto il profilo estetico che sotto quello
linguistico, visto che il maestro, come scrive il critico Luigi Russo, non
era "per nulla grammatichevole e cruschevole nel suo insegnamento" e "favorì
piuttosto la letteratura di moda", facendosi "banditore della più facile
rimeria del tempo". Egli, inoltre, proponeva agli alunni anche la lettura
delle proprie opere, piene di amor patrio e di fremente sdegno contro gli
oppressori della libertà, ma contenenti anche vizi di natura linguistica e
stilistica.
Dalle sue lezioni, tuttavia, il giovane Verga dovette rimanere segnato, se
esordirà come scrittore con un romanzo storico (I carbonari della montagna,
appunto), in cui traboccano quella stessa retorica patriottica e quello
stesso sdegno contro gli oppressori stranieri (in questo caso i Francesi di
Gioacchino Murat) che animavano il maestro quando rievocava le imprese a cui
egli aveva partecipato nel 1848, combattendo a Catania contro i nemici della
patria (i Borboni).
Il futuro maestro del Verismo, in ogni caso, è già presente nell'opera (come
rivela un suo più approfondito esame), sebbene ancora racchiuso in un
bozzolo costituito da "materiali culturali deteriori" che, relegandolo in
posizione periferica, rispetto alla cultura e alla "storia del suo tempo",
lo faranno attardare in "operazioni letterarie di retroguardia" (C. Annoni).
Gabriele
Falco
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