I CARBONARI DELLA MONTAGNA DI G. VERGA - ESTRATTO
 

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PARTE PRIMA

1 - Le letture del giovane Verga


Il romanzo I carbonari della montagna, prima opera pubblicata da Giovanni Verga poco più che ventenne (all'età di circa 17 anni lo scrittore aveva composto un altro romanzo dal titolo Amore e Patria rimasto però inedito) trae le origini da una delusione politica: l'armistizio di Villafranca (11.6.1859)1.
In effetti Napoleone III, firmando la pace con l'Austria, aveva raffreddato l'entusiasmo dei patrioti italiani e inferto un duro colpo alle loro aspirazioni unitarie apparendo così, agli occhi di quanti avevano sinceramente confidato in lui, un traditore e facendo riaffiorare, tra le molte polemiche, quel vivo sentimento antifrancese di "lontana ispirazione foscoliana"2 che aveva alimentato, più o meno apertamente, gli animi degli Italiani. Sentimento antifrancese che era giunto alle sue estreme conseguenze qualche tempo prima della seconda guerra di indipendenza italiana, allorché l'anarchico Felice Orsini attentò alla vita dell'imperatore francese (1858).
Tale attentato, come scrive Lina Perroni, "era l'indice del lungo fermento di rancore verso la Francia, che aveva dalla conquista napoleonica diretto la politica italiana senza tener conto, se non a parole, del nuovo risveglio nazionale".1
Di risentimento contro la Francia sono pregne le pagine de I carbonari della montagna nelle quali si scorgono reminiscenze foscoliane e precisamente de Le ultime lettere di Jacopo Ortis, opera anch'essa originata da una cocente delusione patriottica: il trattato di Campoformido (17/10/1797), con il quale Napoleone I cedeva Venezia all'Austria.
Quanto esposto, lungi dall'essere un tentativo di accostare le due opere, vuole piuttosto individuare quali fossero le letture del giovane Verga, le quali non mancarono certamente di riaffiorare o, più precisamente, di essere riecheggiate in maniera più o meno conscia ne I carbonari della montagna.2
Non sappiamo fino a che punto Le ultime lettere di Jacopo Ortis pesassero nella cultura del giovane Verga, ma è indubbio che nel suo romanzo lo schema richiamava quello dello Jacopo Ortis: tema politico (Ortis patriota-Corrado carbonaro) e tema amoroso (amore di Ortis per Teresa-amore di Corrado per Giustina).3
Ne I carbonari della montagna però corrono, lungo l'intrica to filo del racconto, tre diverse storie d'amore che non mancano di rendere la narrazione spettacolare e piena di colpi di scena, nel loro vario intrecciarsi. Da una parte si ha l'amore di Corrado e Giustina (i protagonisti), tutto delirii e tormenti cerebrali; dall'altra la perversa relazione tra Guiscard e Carolina (contrapposizione all'amore casto e verginale e al Bene), la quale a sua volta, come si scoprirà nel terzo libro,1 era stata amata da Corrado e all'amore del giovane aveva risposto con la perfidia e il tradimento.
Accanto a queste passioni fra gente di elevato rango sociale si ha, infine, la narrazione di un amore tutto contadino e popolano, nella quale si può scorgere il Verga verista in embrione: il sano e sincero sentimento di affetto non ricambiato - e tratteggiato con una certa vena umoristica - nutrito dal giovane Angelo per la dolce e ingenua Rita, "la piccola pazza", che invece si strugge di passione per il subdolo Guiscard (il quale, sotto il falso nome di Luigi, l'aveva sedotta e poi era scomparso) fino a cadere in un profondo stato di prostrazione psichica. Ma, per tornare al problema dell'individuazione di quelle che potevano essere le letture di Verga all'epoca in cui egli si accingeva a scrivere I carbonari della montagna, ci sembra opportuno indagare sugli interessi e gli studi del giovane romanziere catanese. La Perroni, nei suoi studi su Verga,2 ci parla di uno "zio Salvatore... uomo di ingegno..." e della "sua biblioteca piena di libri strani". Questo zio "raccoglieva monete vecchie" e "sapeva... tante storie, strane storie di un mondo irreale che i morti vengono a raccontare ai vivi".
Risale al '61 una lettera che il Verga invia a questo "appassionato studioso di scienze occulte" e della quale la Perroni riproduce il seguente, significativo, passo:

"Queste rivelazioni misteriose....di un mondo sconosciuto, di un tempo che fu hanno avuto sempre un doppio prestigio sulla mia immaginazione".

Appare dunque chiaro, da quanto abbiamo riportato sopra, che il Verga giovinetto aveva uno straordinario interesse per il mondo dell'occulto, secondato in ciò dallo zio Salvatore, il quale gli prestava tutti i libri che voleva, e da una zia Vanna, descritta dalla Perroni come una "buona cara donnetta loquace, che sa fiabe lontane nel tempo e tutti i fatti strani e paurosi che si nascondono nei monasteri di cui è piena la città, così quieti nella loro faccia oscura....".1 Reminiscenze di queste letture, di questi fatti paurosi ascoltati dal Verga ancora fanciullo affiorano diffusamente ne I carbonari della montagna.
Ecco come è descritta, nel primo capitolo del romanzo, la "Torre degli Spiriti":

"Circolavano delle voci misteriose sulla piccola torre: vi erano dei villani che raccontavano, che... avevano veduto... un'ombra ascendere pel viottolo dirupato... e sul battuto della torre aggirarsi una forma strana e misteriosa... ...si erano composte delle... storie condite del meraviglioso e del terribile; e l'opinione pubblica avea finito nel conchiudere di evitare la 'Torre degli Spiriti'" (p.89).

Nel capitolo sesto si parla di "una bara coverta di velo nero; sotto il quale, si rilevavano le forme di un corpo umano" (p.127). Significativo è il fatto che di questa bara non si parlerà più nel corso della narrazione, poiché vi si scorge il tentativo di conferire un aspetto macabro e carico di mistero alla situazione descritta nel capitolo.1 
Il capitolo XXIII è intitolato: "L'inginocchiatoio". Elemento, questo, che ha la funzione della MACHINA attraverso la quale appare il DEUS Corrado2 Solo dopo, quando davanti agli occhi di Giustina l'inginocchiatoio, girando "su dei cardini nascosti," lascia "scoperta un'apertura che mai si sarebbe potuta supporre possibile", il lettore potrà spiegarsi come faceva Corrado, il giovane Gran Maestro della Carboneria, ad apparire e sparire misteriosamente nelle sale del castello di San Gottardo.
Spesso ricorrono, ne I carbonari della montagna, termini quali: "magnetico", "magnetismo", ed espressioni come: "sguardo... sovrannaturale", "sguardi di cui il magnetismo esercita l'influenza...". In gran numero ricorrono anche termini inquietanti come, ad esempio: "spettro", oppure: "vampiro", insieme a espressioni di questo tipo: "l'iride di quegli occhi... Ora si faceva bianca come quella di uno spettro; ora prendeva un riflesso verdognolo come lo sguardo del vampiro" (cap.VI); "lo sguardo del giovine si accese e brillò di una luce sinistra"(cap.XVI).
Tutte queste espressioni, tutti questi termini dovevano sollecitare molto la fantasia del Verga giovane, che certamente doveva sentirli come evocatori di suspence, di mistero, di orrore indefinito e incombente. Certo alla memoria del Verga dovevano essere presenti anche i romanzi storici di Francesco Domenico Guerrazzi e quelli avventurosi di Alexandre Dumas padre, del quale il giovane scrittore catanese, con molta probabilità, doveva conoscere I tre moschettieri. Infatti Verga, da piccolo, si divertiva, insieme ad alcuni amici, a rievocare le gesta degli eroi dumasiani presso la "casa di Cusintinu".1
Una spia importante della conoscenza che il Verga aveva delle opere di Alexandre Dumas è costituita dalla lettera inviata, insieme a una copia de I carbonari della montagna, dal giovane catanese al fortunato autore de I tre moschettieri nel 1862. Lettera che qui riproduciamo:

Chiarissimo signore, 
Mi fo' ardito inviarle una copia del mio modesto lavoro nella speranza di ottenere la sua indulgenza - e nella coscienza di avere soddisfatto un dovere. Questo dovere io l'adempio con soddisfazione intera a Lei, splendido campione di questo genere di letteratura, a Lei che ha cancellato coi fatti, insieme alla sua nobile azione, le dure parole che qualche suo connazionale ci lanciava in volto in giorni di lutto per noi Italiani. A lei amico di Garibaldi più che un omaggio è un tributo di ammirazione che io reco. In questa considerazione ml perdoni il mezzo pel fine, accolga questq mio primo tentativo finito quando non avevo ancora vent'anni come una testimonianza di questi sentimenti - e scusi quegli errori che difetto d'età e di sapere vi possano fare incorrere. Nella fiducia che mi sia benevola di questa indulgenza, coll'assicurazione dei miei più distinti e sinceri sentimenti, ho l'onore di essere suo
G.Verga2

Certo il fatto che Verga, dopo aver riversato ne I carbonari della montagna tutto il suo astio contro i francesi, si rivolgesse proprio a un rappresentante della odiata nazione - sebbene si trattasse di un personaggio illustre - per sottoporgli la sua opera potrebbe far pensare a una contraddizione del giovane; la quale invece non c'è, poiché il Dumas era sì francese, però era "amico di Garibaldi.1
Ne I carbonari della montagna sembra di ritrovare qualche espressione e certi espedienti de I tre moschettieri.2 Ecco qualche esempio:

"Questo solo momento bastò a D'Artagnan per prendere la sua decisione: era questo uno di quegli avvenimenti che decidono della vita di un uomo, ..." (I tre moschettieri, p.26);

"Vi sono dei punti della vita che decidono di tutto l'avvenire... Uno sguardo del giovinetto... decise della fanciulla." (I carbonari della montagna, p. 149);

"Presentatevi alla porta segreta del Louvre... e chiedete di Germain. Gli direte queste due parole: Tours e Bruxelles. Egli si metterà subito ai vostri ordini"(I tre moschettieri, p.46);

"Se mai avrete bisogno di me, non avete che a pronunziare una parola al primo che v'incontra - SCILLA, e a colui che vi risponderà - CARIDDI, domandate di me; io sarò tutto per voi... (I carbonari, pag.134).

Come avviene ne I carbonari, dove Corrado riceve alcuni messaggi misteriosi da parte di una donna, così succede ne I tre moschettieri. D'Artagnan infatti riceve il seguente biglietto:
"venite questa sera verso le dieci a Saint-Cloud, dirimpetto al padiglione situato all'angolo della casa del sig. D'Estrées. C.B. (cioè Costanza Bonacieux), p. 89.

In un altro messaggio per D'Artagnan così è scritto:

"Passeggiate mercoledì prossimo dalle sei alle sette pomeridiane in Via Chaillot e guardate con attenzione nelle carrozze che passeranno. Ma se avete cara la vostra vita e quella delle persone che vi amano, non dite una parola, non fate un gesto che possa rivelare colei che si espone a tutto per vedervi un istante" (p.141)

Anche ne I tre moschettieri, come ne I carbonari, vi sono dei congegni che fanno aprire porte segrete: "- Uscite da questa parte - disse Milady a D'Artagnan spingendo la molla che fece aprire una porta segreta." (I tre moschettieri, p. 35)

"-Poi, disse Francesco, vedete le nostre armi! Egli fece giuocare diverse molle, ad una ad una le spalliere di legno degli scanni fissi nel muro si aprirono e lasciarono vedere degli incavi profondi nella muraglia."(I carbonari, p.131).

"...un leggiero scricchiolio lo fece avvertito che l'inginocchiatoio si apriva.
Un uomo non tardò ad avanzarsi nella camera uscendo dallo scuro passaggio".(I carbonari, p.474)

Il motivo del marchio dell'infamia è presente in entrambi i libri. Inoltre il Dumas nel corso della narrazione si rivolge direttamente ai lettori, così come fa anche il Verga:

"Ed ora lasciamo i nostri tre amici ritornare ognuno alla propria abitazione..."(I tre moschettieri, p. 56);

"L'attenzione con la quale abbiamo dovuto seguire gli illustri personaggi..."(Ibidem, p.88)
"Non abbiamo l'intenzioee di fare la cronaca dell'assedio, ma vogliamo, al contrario riferire soltanto quegli avvenimenti che sono strettamente collegati con la storia che raccontiamo" (ibidem, p. 153).

"I nostri lettori sanno già come il cavaliere sia stato riconosciuto..."(ibidem, p. 212)

Punti in comune tra I carbonari e I tre moschettieri si ritrovano anche nel modo di concepire il finale, ma di questa concordanza parleremo nel paragrafo riservato a Guiscard.
Il giovane Verga, oltre a inviare la già citata lettera al Dumas, ne inviò una anche al livornese Francesco Domenico Guerrazzi. Questa lettera non ha data, ma è da presumere che sia stata scritta in un periodo non lontano dal 1862 (anno della lettera a Dumas), visto che anche essa accompagnava una copia de I carbonari:

Egregio signore, 
Da lungo tempo ho appreso a venerare il suo nome-ora accolgo con piacere l'occasione di presentare in omaggio quale che siasi dei miei sentimenti ad una delle glorie del nostro paese. La sua bontà, saprà, spero, farle scusare il mezzo periil fine e accogliere con indulgenza il mio povero libro. Un suo parere poi schietto e financo rigido su questo primo tentativo mi sarebbe prezioso all'età in cui sono e nei primordi della carriera che dovrei intraprendere. Mi creda, egregio signore, colla più sentita ammirazione
Verga.1

Il Verga probabilmente doveva conoscere e ammirare, fra le opere del Guerrazzi, La battaglia di Benevento, L'assedio di Firenze e la Beatrice Cenci.2
Il Livornese era autore di romanzi storici, ma, come scrive il Raya, "i suoi interessi più che storici, sono essenzialmente oratori e stilistici (l'amor di patria, l'anticlericalismo, l'espressione solenne e magari preziosa, le tinte cupe,...). Perciò... più che lo Scott, egli sente il Byron;" "I diversi toni della prosa Guerrazziana" prosegue il Raya, "privi come sono d'una profonda risonanza sentimentale e delle più elementari sfumature di trapasso, costituiscono... l'aspetto più irritante di questo scrittore..." e "tutta la sua opera... non è che compiacimento sonoro o mania tribunizia: retorica..."1 Di oratoria sfrenata, di insopportabile retorica sono piene le pagine de I carbonari della montagna.
Eccone qualche esempio:

"Dio solo sa se il mio cuore ha sofferto forse più di voi tutti al mirare questa nostra povera patria divisa e calpestata coll'insulto e il sogghigno del feroce soldato" dice Giustina di San Gottardo, rivolta al cugino Francesco;" e prosegue:

"Ma io ho fidato in Dio che non può tanto aggravare il peso della sua collera su questo paese sì bello e sì sventurato! Fidatevi anche voi, cugino,... forse non è lontano l'ora in cui questi stranieri orgogliosi e feroci saranno costretti a ripassare le Alpi, in cui l'Italia tutta leverà un sol grido, e i suoi re dovranno finalmente sentire la voce del suo popolo" (p. 130)

"... sappiate che le miserie dell'Italia ci hanno forzato ad abbracciare questi estremi deplorabili (è Francesco che parla a Giustina, e le spiega perché egli e molti altri abbiano abbracciato la causa della Carboneria). Si attendeva molto da un Genio Italiano, divenuto francese con un trattato; si sperava che Napoleone si ricorderebbe nella sua grandezza che un giorno l'Italia fu quella che lo vide nascere, che la terra d'Italia conteneva le ossa dei suoi padri. Quell'italiano apparve luminoso come una meteora, egli si circondò di tutta la luce del secolo, si affacciò dalle Alpi con promesse di gloria e di prosperità, e scese a conquistare la sua patria con i nuovi concittadini che la sua ambizione gli avea dato.
Le sue parole erano belle, l'Italia palpitò di una grande speranza; ei prometteva alla sua patria di rialzarla sul trono di grandezza da cui era discesa... Che fece quell'Italiano, Giustina?... Tolse alla sua patria i capolavori di arte, i rimasugli della sua gloria, i tesori delle sue terre, la dignità del soffrire; e la lasciò povera, derisa e senza gloria. Un giorno dal suo trono si ricordò che vi era un angolo di questa misera terra che se gemeva sotto un dispotismo austriaco non avea ancora provato il disprezzo e l'oppressione del soldato straniero; non per vendicare il sangue di Pagano, di Cirillo, e di Caracciolo, non per sollevarla dall'oppressione, ma per dominarla egualmente, egli vi mandò Gioacchino Murat, sovrano augusto... soldato sfrenato, a cui egli tolse lo stesso pudore del soldato, ed insegnò a non avere pietà di questa povera terra che calpestava sotto i piedi del suo cavallo" (pp.132-3).

Più che il Guerrazzi, il Dumas e anche Walter Scott,1 l'iniziatore del romanzo storico; più che le letture fatte nella biblioteca dello zio Salvatore, dovevano però influire sul giovane Verga autori catanesi quali Domenico Castorina e Pntonino Abate. Quest'ultimo, come vedremo, ebbe grande importanza nel la formazione del Verga, poiché fu suo maestro per circa dieci anni.


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